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mercoledì 28 maggio 2014

Come eravamo: il tailleur a pantalone degli anni '60

Dopo aver analizzato la singolare "hobble skirt" della Belle Époque e aver proposto un simpatico outfit dei primi dell'Ottocento, oggi abbiamo deciso di lanciare uno sguardo a "come eravamo" in un'epoca assai più vicina alla nostra, ossia gli straordinari anni Sessanta, durante i quali la moda produsse innovazioni che oggi sono diventate ormai parte del nostro vivere quotidiano. Conosciamo tutte il caso della rivoluzionaria minigonna di Mary Quant, divenuta un simbolo delle trasformazioni sociali e politiche che quel decennio seppe produrre. Oggi però non parleremo di abiti o minigonne, ma bensì di pantaloni.

In Occidente, sino alla fine degli anni Cinquanta, la maggior parte delle donne indossava i pantaloni solamente nello svolgere alcune attività occasionali, come il giardinaggio e la cura della casa, andare al mare oppure per praticare degli sport. Per il resto, sia che si trattasse del luogo di lavoro, di un'occasione formale, della scuola o di un'uscita in famiglia, ci si aspettava che la donna in pubblico indossasse esclusivamente gonne o abiti lunghi, il cui orlo raramente osava andare poco al di sopra delle ginocchia. Quando poi, nel corso degli anni Sessanta, l'ondata del femminismo si diffuse in tutto l'Occidente e le donne iniziarono ad aumentare la loro presenza nel mondo del lavoro, il concetto che donna e gonna fossero sinonimi indissolubili iniziò finalmente a vacillare e ad essere percepito come anacronistico.


Pagina tratta da una rivista del 1965 nella quale vengono proposti
vari modelli di tailleur a pantalone (vedi nelle foto a seguire).
Le parole che introducono la didascalia riassumono da sole l'intero
concetto di novità: "The pantsuit is what's NOW, and what's coming".
Alcuni stilisti, come ad esempio il francese Yves Saint Laurent, risposero a questo desiderio di maggiore libertà creando il tailleur pantalone: un vestito, disegnato e concepito specificamente per le donne, composto per l'appunto da giacca e pantaloni. Entro la metà degli anni Sessanta, quasi tutte le principali case di moda producevano e commercializzavano pantaloni che le donne potevano indossare in qualsiasi ambito della loro vita sociale permettendo, specialmente sul luogo di lavoro, una mobilità e una flessibilità che mai sarebbero state possibili con indosso un abito o una gonna.
Alcuni di questi tailleur non erano altro che versioni femminili dei tradizionali modelli per uomo. Presentavano colori solidi, dal nero al blu al marrone, oppure in plaid o in tweed. Altri erano più tradizionalmente femminili, in colori pastello o addirittura in pizzo bianco su tessuto rosa. Le giacche venivano di svariata lunghezza ed erano a singolo o a doppiopetto. La maggior parte di questi pantaloni erano stretti, svasati oppure a forma conica. Per la loro realizzazione veniva usata una vasta gamma di materiali, come lana, pelle scamosciata, saia, velluto, seta, cotone o poliestere. A differenza dei loro colleghi uomini, le donne accessoriarono questi tailleur con sciarpe, collane, spille, guanti, curando anche l'abbinamento con borse e scarpe.

Al solito, in un mondo ancora fortemente maschilista e conservatore, non fu sempre facile per le donne essere accettate nei luoghi pubblici con questo tipo di outfit: soprattutto le giovani donne furono spesso oggetto di critica e disapprovazione, non solo da parte dell'establishment maschile, ma anche dalle loro colleghe più anziane. Nemmeno al di fuori della sfera lavorativa il cambiamento fu facile: molti dei ristoranti più esclusivi, ad esempio, si rifiutarono di ospitare donne vestite anche con i più esclusivi e raffinati modelli di pantalone. Ci volle del tempo prima che i codici di abbigliamento, sia sul posto di lavoro che nei locali pubblici, si adeguassero a questa nuova e fondamentale libertà che le donne erano riuscite finalmente a conquistare. In altri contesti, invece, il regolamento fu duro a morire: negli Stati Uniti ad esempio solo negli anni Novanta fu finalmente concesso alle donne di indossare pantaloni durante le sedute del Congresso.


Le donne che indossavano completi a pantalone, come questa ritratta in una foto dell'epoca, si videro a volte precluse
dall'ingresso in quei ristoranti che resistevano al movimento femminista degli anni sessanta
e che consideravano la donna in pantalone come troppo mascolina.


venerdì 25 gennaio 2013

2013...

E' inevitabile, agli inizi di un nuovo anno, fermarsi un po' a riflettere e a pensare sui 12 mesi che ci si è appena lasciati alle spalle: e alle volte il sentimento ti prende, ti prende immensamente...

domenica 18 novembre 2012

La ragazza di pietra

"Vuoi farmi un piacere?
Questo mio amico, Stefano, direttore d'una industria d'acciaio, è continuamente e diabolicamente indaffarato. Clienti, officine, operai, tratte, sconti, forniture. E milioni: tanti milioni.
Vuoi farmi questo piacere?"

"Sentiamo".
"Tieni questi biglietti da cinquanta. Non spalancare gli occhi. So quello che pensi in questo momento: Ah, se fossero i miei! E invece non sono tuoi. Beh, corri in banca. Fammi un assegno circolare da cinquecento, intestato a questo nome. Mettilo in questa bura e spedisci per assicurata. Hai ben capito? Ho una fretta spaventosa: un ordine improvviso: fra dieci minuti devo partire per Bologna. E fatti vedere, una di queste sere, a casa mia. Ricordatene. E mi raccomando l'assegno e l'assicurata. Ciao. Arrivederci".
Rimise in moto la macchina e scomparve.

Piazza Castello era ovattata di nebbia. Le undici del mattino. Una giornata tediosa. Gianni non sapeva dove andare. E lo infastidiva tutta questa gente che gli passava vicino, che lo urtava, che correva, si affannava. In galleria pochissima gente. Soliti gruppetti d'artisti; qualche parola scritta e riscritta sui muri; soliti ragazzini a spasso e non a scuola.
L'aria era grigia e sporca. Ma nel grande bar dove Gianni entrò, l'atmosfera era diversa. C'erano i paralumi d'un color rosa confetto, le poltrone invitanti, un silenzio piacevole, ch3e offriva conforto e raccoglimento.
"Un campari".
Dal suo postici d'angolo, Gianni vedeva un pezzo dell'ottagono della galleria. Una libreria sbandierava le ultime novità editoriali. Un'agenzia di viaggi decantava le vacanze più belle. Dieci giorni a Zanzibar. Una settimana a Vienna. Maggio a Malindi...
Improvvisamente una giovane donna fece il suo ingresso, lasciando dietro di sé una scia di buon profumo; sedette al tavolino accanto al suo. Una tipa interessante, una tipa... deliziosa: ecco l'aggettivo esatto. Aveva una giacca lunga grigioperla, fliente, come s'usavano all'epoca; un cappellino strano, molto piatto, che assomigliava...
Gianni rinunciò al paragone: ad ogni modo, le stava molto bene. Il viso era davvero d'un ovale perfetto; gli occhi vellulati, come quelli d'una gazzella: benché in vita sua non avesse mai visto una gazzella.
La guardò attentamente. Nulla. Sembrava non essersi accorta della sua modesta presenza. Aveva preso dalla borsa un magnifico astuccio e si era accesa una sigaretta fatta a mano. : lo ammalinconiva, ecco. Pensava che nella sua breve o lunga vita non avrebbe mai avuto una donna simile. Ed era davvero disgustato dalle avventurette con donne insignificanti. Desiderava avere una bellissima donna al suo fianco; una donna che indossasse un magnifico abito all'ultima moda; scarpe bellissime; un cappellino grazioso. Una donna, insomma, profumata, vivace, istruita. E invece, nulla. Per consolarsi, Gianni guardava allora la donna elegenatissima che prendeva il suo caffè con mosse da regina di corte. Che donna. Aveva le mani bianchissime, soffici; le unghie scarlatte, certe labbra e certi denti bianco splendenti...
Gianni tossicchiò. Si curvò un po' verso di lei, tentando anche un sorrisetto. Nulla. Poi lo onorò d'uno sguardo indifferente, gelido, che li disarmò. Gianni siguardava istintivamente nello specchio che aveva di fronte. Era palliduccio anzichenò; la sua cravatta non era più nuova, era evidente; il suo abito non era proprio all'ultimo grido; e la sciarpa che l'avvolgeva negligentemente il collo, per esempio, era un po' sbiadita. Tutti questi particolari li notava soltanto ora, in quell'ambiente di lusso. Naturalmente.
"Cameriere".

Un'idea bislacca. Voleva pagare con uno di quei bigliettoni da cinquanta del suo amico Roberto. Dieci biglietti da cinquanta. Una piccola ricchezza. Sfogliò negligentemente il mazzetto, ne prese uno con suprema noncuranza e lo gettò teatralmente sul tavolino. Il cameriere s'inchinò: potenza odiosa del danaro.
Oh, oh! Anche la bellissima donna, se ne accorse immediatamente, aveva lanciato uno sguardo dalla sua parte; prima con noncuranza, poi con estrema attenzione. Il suo viso s'era come raddolcito; un impercettibile sorriso aveva stirato le sue labbra purpuree. Lo guardava con amabilità, ora. Gianni ne approfittò. Arrischiò una frase, sciocca purtroppo: ma in quel momento non ne aveva altre a sua disposizione.
"Fuori c'è un'aria davvero gelida".
"Sì. E questa nebbia, poi, che immerge la città in uno smisurato bicchiere di latte, è odiosa".
Parlava bene. Bellissima la similitudine del bicchiere di latte. L'accento tuttavia tradiva le sue origini: non appariva italiana. Forse dell'est... anzi, nordica. Ma questo non aveva importanza: quella voce era deliziosa, da contralto; denti madreprlacei e labbra sensuali.
"Permettete?"
Quando una persona ha fogli da cinquanta in tasca può permettersi qualsiasi atto, anche se condannato severamente dalle rigide regole della galanteria. Si sedette vicino a lei. La fissò lentamente negli occhi.
"Il sole..." mormorò, "verso mezzogiorno è come un bimbo malato. Guardate lassù gli effetti di luce".
"Certamente".
Uscirono. Era alta e camminava ondulando sulle anche nervose. Sguardi astiosi delle donne; di ammirazione dei giovincelli. Crepate tutti, pensò. Comminarono. Vie del centro. Si chiamava Elina e viveva a Torino da un paio di mesi, sola, in un appartamento in un quartiere elegante. Parlava con estrema grazia.
"Torino è una bellissima città. Peccato che il clima d'oggigiorno..."
"Ma la sera," disse subito Gianni, "la sera ci sono i locali scintillanhti di luce. E la Mole Antoneliana a vegliare sulla città."
Gianni arrischiò poi una domanda che lo premeva sulle labbra:
"E se vi chiedessi di rivedervi ancora, domani sera, per esempio? Alle nove, all'ingresso della galleria".
Elina rise, minacciandolo scherzosamente col dito.
"Provate a chiedermelo. Chissà?"

L'indomani sera, alle nove, all'ingresso della galleria, Gianni quasi non ci credette: Elinia arrivò, ancora più bella ed elegante, con quei lunghi capelli mossi di un biondo splendente.
"Puntuale?"
"Puntualissima. E sono felice. Tutt'oggi è stato un tormento per me. La vostra deliziosa immagine m'ha perseguitato come un creditore, come un ufficiale giudiziario".
La similitudine, come a tutti quelkli che non avevano mai avuto a che fare con un ufficiale giudiziario, la fece ridere di cuore.
"Dove si va'" chiese, guarandosi attorno.
Poche storie: aveva in tasca solamente un miserabile pezzo da cinquanta. Quella mattina, dopo il piacevole incontro al bar, era dovuto andare in banca per rispettare il favore che aveva promesso al suo amico Roberto. Ora, quella sera, Gianni non poteva più sfogare una presunta ricchezza. Aveva attinto da parte dei suoi risparmi, ma non poteva fare di più. La prospettiva di un nuovo lavoro era ancora troppo lontana.
Quella sera avrebbe dovuto improvvisare, in qualche modo. Cercò di attrarre la bionda Elina in un locale modesto.
"Se andassimo", disse con un vocino da telefono, "se andassimo al cinema? C'è questo nuovo film..."
"No", rispose decisa. "Ci sono state di recente, nessun film che ne valesse la pena. Quindi neanche per sogno. Andiamo invece al Teatro Regio, c'è una bellissima opera. Andiamo?"
E sia! Andiamo, per tutti gli dèi. Al Teatro Regio! pensò Gianni assecondando i desideri della giovane donna. Poi però si mise a riflettere: Oddio. Non c'era mai stato. Che prezzi vi praticavano? E poi: quali posti? Ma inarrestabile Elina lo tolse da ogni incertezza.
"Prendiamo due poltrone tra le prime fila. Voglio vedere da vicino gli abiti di scena".
"Due poltrone tra le prima fila, se possibile", chiese con un soffio di voce al bigliettario chje troneggiava dentro alla sua postazione, sicuro e inesorabile. "Quanto?"
"Due poltrone? Vicine? Bene. Siete fortunati, abbiamo ancora la terza fila. Numeri 8 e 9. Sessantacinque e venti, a testa".
"Eh?"

Quella sera Gianni ed Elina non entrarono mai al Teatro Regio, poiché egli aveva in tasca soltanto uno stramaledetto pezzo da cinquanta. Cercò in ogni modo di trascinarsi fuori da quella situazione nella maniera meno umiliante possibile, ringraziando il bigliettario e allontanandosi senza fornire spiegazioni dirette, quasi trascinando con sé Elina, che nel frattempo lo guardava con aria imperiosa. Si ritrovarono in un angolo deserto della piazzetta, e a Gianni sembrà che anche la Mole lo guardasse con infinita commiserazione. Anche Elina continuava a guardarlo con fare meravigliato, in attesa impaziente di una sua spiegazione. Lui le parlò con calma, con un filo di vera tristezza nella voce.
"Elina, ascoltatemi, vi prego. Non sono ricco come ho voluto farvi credere. Non posseggo sfacciati bigliettoni o carte scintillanti. Quelli che avete visto ieri? Ecco, lo confesso: non erano miei. Un mio amico, Roberto, presidente di un'industria, me li aveva dati per fare un assegno bancario. Ha avuto sempre molta fiducia in me. Povero ma onesto, fino alle lacrime. Pazienza. Io? Che cosa faccio? Lavoretti saltuari. Piccole cose che mi consentono di vivere modestamnte".
Silenzio. La piazzetta era sempre deserta. Ma ecco, una macchina passò vicino a loro, quasi sfiorandoli, fermandosi poco lontano. Ne scese un uomo, alto, aitante: il suo amico Stefano.
"Eccolo", sussurrò colpito. "Eccolo quel mio amico di cui parlavo. E' lui il fortunato proprietario di quei soldi. Stefano... ricordo che da bambino non era che uno scimunito. E invece ora..."
Elina lo guardò. Gianni insistette: "Elina, conosco un bel locale in periferia. Vi offrirò qualcosa da bere, lì poi hanno sempre della buona musica e..."
Improvvisamente si accorse che Elina non lo ascoltava. Lo guardava invece distrattamente. All'improvviso sorrise: ma per Gianni fu quasi uno spavento. Il sorriso era accompagnato da due occhi freddi, lontani. Lo stava giudicando. Poi la giovane donna si passò una mano sulla fronte.
"Ho una forte emicrania", disse con voce indifferente. "Non mi sento bene. Devo andare."
Gianni cercò di nascondere la sua delusione e la profonda tristezza che stava per abbattera le mura che difendevano a stento il suo stato d'animo. Ecco, non le interesso più. Ma Elina continuò.
"Senti, potremmo rivederci domani sera. Va bene? Stesso posto, stessa ora."
Il giovane uomo si sentì quasi risorgere: il suo corpo fu pervaso da una nuova, sensazionale scarica di energia positiva. Sì! Sono ancora in corsa!
"Ti ringrazio per la serata. Prenderò un taxi per rientrare, così in pochi minuti sarò a casa. Buona notte, a domani".

venerdì 16 marzo 2012

Dire di no

Nella vita occorre anche saper dire di no!
Sappiatelo dire con giustizia e delicatezza

Sarebbe tanto bello poter accontentare tutti, rendere felice qualcuno con un sì, vedere dei sorrisi al posto di bronci. Ma purtroppo non dipende sempre da noi dire di sì o di no, ma dalle circostanze che sono più forti del nostro desiderio.

Vi sono tre tipi di no: spesso si dice di no per toglierci dall'imbarazzo, per pigrizia, per mancanza di bontà e di solidarietà verso gli altri. E questi no sono cattivi, non dobbiamo dirli, e quando è possibile si dovrebbe dire di sì, per aiutare chi ha bisogno, per favorire chi ci chiede aiuto e consiglio. Questi no sono altrettanti peccati di pigrizia, di avarizia e di egoismo.
Ma ci sono i no che dobbiamo dire, a tutti i costi, poiché il cedere, l'essere deboli, il dire di sì, ci costa meno fatica, ma è contro il nostro dovere ed occorre più coraggio per negare piuttosto che per concedere. E poi vi sono i no obbligati, di quando vorremmo tanto poter dire "" ma non è proprio possibile.
Bisogna saper dire di no, e secondo i casi, con decisione, con dolcezza, con umiltà; dei no convincenti, che spieghino la ragione della negazione, che non offendano ingiustamente; non dei "no" caparbi, duri, che possano creare dell'astio o del dolore inutile.
Un no detto male crea un nemico.

Vi si chiede un piccolo favore che non vi costerebbe gran che, una presentazione, un foglietto, una visita. "No, non posso, non conosco quella persona, non c'è". C'è della gente che risponde di no per sistema, con una serie di bugie per non disturbarsi. E per chi vi ha chiesto il favore può essere importantissimo il vostro sì. Questi no sono cattivi e ingiustificati.
Il vostro bimbo vi chiede qualcosa. Voi che siete pronte a concedergli tutto, giustamente e ingiustamente, in quel momento avete i nervi e dite seccamente: "No". "Perché?" vi chiede il bimbo strabiliato. "Perché ho detto di no". Il bimbo rimane offeso, il senso dell'ingiustizia pesa su di lui. Non sa spiegarsi il perché, e soffre.
"Perché no": allora anche la mamma fa i capricci. E il mondo perfetto rappresentato dalla mamma e dal papà perde così il suo equilibrio.

Ciascuna ha avuto la disgrazia, o l'avrà, di incontrare nella sua vita il tipo del corteggiatore insistente, invadente, che con la sua prepotenza si impone, obbliga quasi ad accettarlo, nonostante non sia né gradito né desiderato. Gli fate capire, se vi vuole accompagnare a casa, che non volete, che non potete. Egli finge di non accorgersene. Lasciandovi sul portone di casa, poi, si invita senz'altro a venire a prendere il caffè il giorno dopo.
La cosa vi secca molto, vi mette in imbarazzo, ma come dirgli di no? Siete deboli, scambiate il concetto di educazione con quello di timidezza. Balbettate qualche scusa inconsistente, poi finite con un sorriso stentato per dire: "Va bene, vi aspetto".
Le vostre madri, le vostre amiche o le vostre coinquiline vi daranno una lavata di capo, inoltre dovrete rinunciare ad un impegno più divertente che vi avrebbe fatto passare la serata in un modo migliore. Tutto perché non siete state capaci di dire di no.
In questi casi fatevi animo, e senza scrupolo, senza finta delicatezza o gentilezza di sorta, dite: "No, non posso". Se l'altro insiste, dite pure: "No, non voglio", opponendo all'invadenza sua la vostra decisione secca e incrollabile. "No", e mentre il corteggiatore è sbaragliato, andatevene per la vostra strada.

Il vostro fidanzato non balla e non ha piacere che andiate a ballare. Voi non ci tenete particolarmente sapendo poi che è una cosa che lo contraria. Ma le vostre amiche insistono, ogni giorno, vi invitano, vi telefonano. Voi tergiversate, prendete dei mezzi impegni, dite dei forse, dei "te lo dirò con sicurezza domani", "vedrò", pensando che all'ultimo momento potrete sempre dir di no. Fate male, perché all'ultimo momento vi troverete ad essere veramente impegnate. Il gruppo è formato, voi sareste imperdonabilmente scortese mancando. Non potete far brutta figura, e finite con l'andare a ballare contro voglia, suscitando un vero e proprio bisticcio col vostro fidanzato.
In questo caso, nessuna esitazione. "No, grazie, non posso, perché il mio fidanzato non vuole", oppure, dall'altro verso, di te no al vostro ragazzo se è l'ennesima volta che vi fa saltare una serata. "No, la settimana scorsa sono rimasta con te, stasera vado a ballare con le mie amiche". E' tanto semplice.

Un'amica vi chiede un favore un po' strano. "Senti, vorrei andare in piscina a nuotare, ma la mamma non vuole. Allora dico che vengo a casa tua; se ti domanda qualcosa dille che è vero, dille di sì". A voi non costa nulla dire di sì, ma nemmeno dire di no.
Prima di tutto è un inganno, poi vi assumete delle gravi responsabilità morali. Sarà verissimo che la vostra amica debba soltanto andare in piscina, ma se andasse altrove, dicendo una bugia anche a voi? E, se pur andando in piscina, le accadesse qualcosa? Voi sareste complici e perciò colpevoli quanto e più di lei.
"No. Non faccio di queste cose. Se tua madre mi domanda qualcosa, le dirò la verità".
La vostra amica vi farà il broncio, ci rimarrà molto male, ma finirà col capire che avevate ragione. Forse così le eviterete di fare una sciocchezza e ve ne sarà grata in futuro.

A volte, tale è l'abilità di un commesso che voi per non saper dire di no, comprate un oggetto inutile, brutto o troppo costoso per i vostri mezzi.
Dite di no.
"No, grazie non mi piace". "No, grazie, non mi occorre". "No, la ringrazio, ma francamente fa schifo". E senza falsa vergogna: "Non posso, è troppo caro per me".

Vi sono dei no dolorosi a pronunciarsi. Qualcuno vi chiede del denaro. Sapete che ne ha disperato bisogno, che dandoglielo risolvereste una situazione incresciosa. Voi avete quel denaro, e vorreste darglielo. Ma avete dei doveri, degli impegni importantissimi: privandovi di quel denaro creereste a voi o alla vostra famiglia dei guai. Siete combattute. Ma non potete dare via quel denaro. Dire di no vi fa male, temete di passare per avare o per spietate.
Non inventatevi scuse meschine, ma dite sempre la verità, con bontà umile, e sarete credute. Anche se non avrete potuto far nulla, la persona che avrà dovuto subire il vostro rifiuto potrebbe comprendervi, poiché avrà sentito in voi il desiderio ma anche l'impossibilità di fare quanto chiedeva.

Che pena dire di no ad un malato che soffre.
Eppure diteglielo, parlandogli della sua salute, facendogli capire che è per il suo bene.
Penoso è dir di no ai bimbi. Talvolta è necessario o per un principio di educazione o perché veramente non è nel nostro potere di accontentarli. Dite di no cercando di spiegar loro il perché, ma se il problema è superiore alle loro menti di fanciulli, allora dite di no distraendoli, consolandoli con altre cose.

Dire di no è un'arte psicologica. Bisogna saperlo dire in modo diverso per ogni caso che si presenta. In ogni caso però bisogna dire di no con volontà e con giustizia, non secondo il capriccio del momento. Un no e un sì possono decidere persino di una vita intera. La cosa più nociva è l'accomodamento, il sì che lascia perplessi, dubbiosi e non risolve mai nulla.

Per sapere e poter dire coscienziosamente di no agli altri, bisogna cominciare col saperlo dire a noi stessi. Con noi stessi siamo spesso troppo indulgenti e transigenti. Stiamo per compiere qualcosa che ci attira, ma che non è del tutto bello? Diciamoci fermamente: "No, non lo faccio", e il nostro no valga come un'imposizione assoluta impartita da un superiore. Prendiamo una decisione, poi abbiamo delle debolezze, dei ritorni. Diciamoci fermamente: "No, non devo". Abbiamo promesso di tacere, di custodire un segreto E siamo lì lì per parlare. Il nostro no tassativo, sia come una mano di ferro posata sulla nostra volontà.

Quando sapremo non cedere con noi stessi, potremo allora essere serenamente inflessibili anche con gli altri.


Mademoiselle

venerdì 13 maggio 2011

Impegno senza confini

Negli ultimi anni la natura e le guerre in giro per il mondo ci hanno ricordato più volte la loro potenza devastatrice, abbattendosi su interi paesi e mietendo innumerevoli vite umane. Per prestare soccorso alle popolazioni colpite accorrono decine e decine di organizzazioni, governative e non governative.

Le ONG
Le Organizzazioni Non Governative (ONG) in genere nascono da un gruppo di persone sensibili ad alcuni temi comuni. Si creano associazioni per riuscire a lavorare con i paesi terzi attraverso dei progetti che possono trattare svariati temi: alimentazione, educazione, salute, costruzione di piccole e medie imprese. Lavorano in collaborazione con delle associazioni locali che hanno un'ottima conoscenza del territorio/contesto/società. Una volta evidenziato un problema, la ONG e l'associazione locale decidono una strategia e fissano un obiettivo per tentare di risolvere il problema. L'obiettivo deve essere raggiungibile (qualcosa di concreto, non "portare la pace nel mondo"). Si evidenzia l'azione da fare, gli attori che saranno coinvolti, i beneficiari (le persone a cui si vuole portare beneficio) e quanto soldi servono. Importantissimo è la sostenibilità: il progetto, una volta finito, deve poter continuare senza l'aiuto della ONG.

I finanziamenti possono arrivare da diverse fonti: società civile (il privato che dona 50€), fondi governativi, il Ministero degli Affari Esteri, l'Unione Europea, e altri enti. La maggior parte delle ONG italiane sopravvive grazie ai finanziamenti pubblici, con l'evidente rischio che ciò comporta: limitazione della libertà d'azione, perché chi ti dà i soldi poi ti controlla.
L'aspetto peculiare dell'attività di una ONG è dovuto alle finalità che non riguardano, come per un'attività d'impresa, il profitto. Sono piuttosto volte a garantire lo sviluppo culturale e sociale della comunità. Tutto ciò che viene guadagnato è speso per i progetti.

Il personale e i volontari vengono reclutati in maniera differente da organizzazione a organizzazione. Esistono siti specifici dove si pubblicano le vacancy (offerte di lavoro): un esempio è www.volint.it. Si manda il curriculum vitae e si fa un colloquio di selezione per appurare le capacità lavorative, l'interesse nel settore, la motivazione, la conoscenza delle lingue.

Per saperne di più

-Medici Senza Frontiere
Il suo scopo è offrire soccorso sanitario alle popolazioni in pericolo e testimoniare delle violazioni dei diritti umani cui assiste durante le sue missioni. (www.msf.it)
-Save the Children Italia Onlus
E' la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini. (www.savethechildren.it)
-Emergency
Fondata da Gino Strada e Teresa Sarti, l'obiettivo di Emergency è quello di offrire cure mediche e chirurgiche gratuite e di alta qualità alle vittime della guerra e della povertà e promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani in tutto il mondo. (www.emergency.it)
-ActionAid International
E' impegnata nella lotta alle cause della povertà e dell'esclusione sociale. Combatte per costruire una società più giusta: un mondo senza povertà, dove ogni persona possa essere rappresentata all'interno dei processi decisionali che la riguardano. (www.actionaid.org)
-CESVI Fondazione Onlus
Opera in tutti i continenti per affrontare ogni tipo di emergenza e ricostruire la società civile dopo guerre o calamità. (www.cesvi.org)
-Intervita
Il suo obiettivo è migliorare le condizioni di vita dei più poveri del mondo. Promuove le adozioni a distanza per la realizzazione di progetti di sviluppo in 7 paesi dell'emisfero australe. (www.intervita.it)
-Terre Des Hommes Italia ONLUS
La sua attività si focalizza sulla difesa dei diritti dell'infanzia nei paesi in via di sviluppo. (www.terredeshommes.it)
-AMREF Onlus
In quasi 50 anni di attività, AMRF ha soccorso, vaccinato, curato, operato e soprattutto istruito milioni di persone. Il braccio operativo più noto è ancora oggi il servizio dei Flying Doctors, che porta regolare assistenza specialistica e chirurgica agli ospedali delle zone isolate. (www.amref.org)

lunedì 28 marzo 2011

La domenica

Attendiamo con tanta ansia la domenica. Un giorno di libertà che, pensiamo, ci renderà felici; e poi, quando essa arriva, la sciupiamo con tanta facilità.

Infatti, se non andate a sciare, e non sempre andate a sciare, rimanete in città, vi alzate tardi perché siete rimaste sveglie di più la sera prima, fate colazione di malavoglia, vi trascinate per tutto il pomeriggio fino all'ora di andare al cinema, poi andate a letto presto.
Ho conosciuto invece una ragazza che la domenica si alza alla stessa ora delle mattine in cui va in ufficio, alle 08:30 è già pronta per uscire, col suo migliore vestito, e ha tutta una lunga mattinata davanti a sé. Se fa bel tempo, insieme ad una amica, fa una lunga passeggiata attraverso la città, andando a visitare i negozi che la interessano e tornando verso mezzogiorno a casa con un ottimo appetito. Se il tempo non è bello, rimane in casa e fa tutte quelle cose che ha desiderato fare durante la settimana.
Nel pomeriggio riposa fino alle cinque, poi va a fare una visita ad un'amica con la quale ha combinato già prima e trascorre un buon pomeriggio in compagnia di persone amiche e intelligenti. Dopo cena, non sempre va al cinema o alla consueta festa danzante, ma spesso rimane a casa, finendo di leggere un libro che l'ha presa moltissimo.

Naturalmente molte di noi potrebbero trovare queste domeniche poco brillanti. Ma se faremo bene un esame di coscienza troveremo che sono molto più brillanti di certe domeniche che, all'apparenza molto divertenti, fanno sorgere il desiderio del lunedì, della giornata piena di lavoro che ci dà soddisfazione di sentirsi utili. Molto migliori di alcune domeniche che ci fanno diventare esseri annoiati e stanchi. Attenzione alla vostra domenica!


Mademoiselle

mercoledì 17 marzo 2010

Vanità?

Non ho ancora capito se il mio amico A. ami moltissimo essere elegante, oppure sia vanitoso. C'è infatti una grande differenza. Si può essere eleganti senza essere vanitosi. L'eleganza è un piacere nostro. Il piacere di vestire bene. La vanità, nell'eleganza, è il piacere di "sembrare" elegante agli altri, di esserlo solo per gli altri e non per se stessi.
Fate questo esame di coscienza, quando state per comprarvi un nuovo abito: ve lo prendete perché è un abito elegante o perché vi fa rassomigliare all'attrice del tale film? Vi fareste un abito molto elegante, ma così poco appariscente che gli altri non se ne avvedrebbero affatto?
In fondo, il mio amico A. è vanitoso. In fondo, un po' tutte siamo vanitose. Nessuno può dire - forse neppure noi stesse possiamo dirlo - che cosa pensiamo quando scegliamo un abito, quali siano i "veri" motivi che ci spingono a sceglierne uno piuttosto che un altro. E la moda approfitta spesso di questa nostra vanità, e sceglie tutto ciò che è appariscente - tinte forti, tessuti curiosi, forme di abiti e di accessori troppo originali - perché sa che l'appariscente piace. Piace sicuramente, senza possibilità di dubbio. E' un male?
Il mio amico crede di no. A. crede che sia un bene. Mi dice: "E' una vanità innocente e simpatica. Da soli siamo modestissimi e ci basterebbe un sacco di patate. Ma agli altri vogliamo rendere piacere apparendo belli. E' un dono che facciamo. Perché chiamarla vanità?"
E va bene. Non è un male. Ma ogni volta che vedo una donna vestita in un outfit che a prima vista mi sembra banale, e poi, a poco a poco, scopro insospettate eleganze, raffinatezze di taglio e di guarnizioni, piccoli particolari che rivelano un intelligentissimo senso dell'eleganza - appena vedo una donna vestita così, sento che ha più ragione lei, che è più forte lei delle altre donne; che non si tratta di esagerata modestia o di gusti antiquati da donna fuori moda. Sento che si tratta di indiscutibile buon gusto.


Mademoiselle

giovedì 14 gennaio 2010

The Pink Weed

Uhm... ok... eccolo qua... il primo post... è strano... vabbè. Dov'ero rimasta? Non lo so.
Dopo una lunga deriva mi areno, alla soglia dei 25 anni, sulle spiagge di Blogger. E ha così inizio questo piccolo nuovo blog che ho battezzato "The Pink Weed"... il nome mi girava già da tempo nella testolina ma per quanto riguarda il motivo di questa scelta, beh, per ora resterà ignoto.
Che cosa voglio farci con questo blogghino tutto in rosa?
Ancora non ho un'idea precisa a riguardo... potrei usarlo nel modo più tradizionale, trascrivere miei pensieri, mie riflessioni e quant'altro... un diario insomma... potrei parlare, come fanno tante ragazze d'oggi, di moda, fashion, bellezza, cose per le quali certo nutro interesse, ma non vorrei assolutamente scadere nella banalità ossessiva dei cosiddetti fashion blog che ultimamente intasano la rete... di certo non inizierò a scattarmi foto in vestitini griffati o decolté indiamantate, scartabellando outfit e altre cose del genere.
Non posso tuttavia negare che spesso parlerò di moda vintage, la mia vera passione, ossia tutto quello che la società ha saputo proporre a noi donne come abbigliamento fino agli albori degli anni '60... ma non solo. Anche storia, cultura, arte: essendo molti di questi temi mie attuali materie di studio, di certo coglierò l'occasione per dedicarmici.
Tutto questo però con calma, passo dopo passo, coltivando questo blog nel mio tempo libero, quando e come preferirò io... per ora, intanto, il mio primo post è andato... il blog ha la sua inaugurazione! :-) Bene! :-D

Baci baci.

Mademoiselle