domenica 2 marzo 2014

Elogio degli abiti semplici

Conosco una donna che ha trenta e più abiti, che continuamente si rinnovano. Fra questi trenta abiti ce n'è uno modestissimo, a due pezzi. E' il più vecchio, ed è anche il meno fresco. Per una ragione semplicissima: lo indossa quasi continuamente. Fra tanti abiti, eleganti e alla moda, quello, è ancora il più elegante e alla moda. Non ha nulla di particolare: né la foggia, che è lineare; né il colore: un grigio scuro. Eppure l'unico abito col quale la donna si sente elegante, è proprio quello.
Conosco una commessa. Essa non ha che due abiti, veramente portabili. Un abito a giacca di un marrone scurissimo, e un insieme da passeggio, molto originale, per una lunga piega che attraversa diagonalmente il petto. E' questo uno di quei modelli, presi da una grande rivista di moda, e fatto realizzare da una sarta amica "che lavora bene e vuole poco". E' un abito elegante, non c'è che dire, e sta molto bene alla commessa. Le sta tanto bene che essa lo porta sempre, lo porta tanto da avergli fatto perdere rapidamente la sua freschezza. E invece, l'abito a giacca, semplicissimo, è quasi nuovo. Inutile dire, quindi, che l'abito originale, perduta la sua freschezza, non è più veramente elegante.
Invertiamo la situazione. Ammettiamo che la commessa divenga padrona del guardaroba della signora; e che questa fosse costretta, invece, a scegliere solo tra i due abiti della commessa.
Accadrebbe che la signora indosserebbe con grande piacere l'abito a giaccia che la commessa sdegnava perché troppo semplice; e che la commessa, libera finalmente di scegliere fra trenta abiti, tutti ne indosserebbe, escluso quel modestissimo due-pezzi che tanto piaceva alla signora.
Tra la vera eleganza e la semplicità c'è una stretta alleanza: la signora comprendeva questa alleanza. La commessa no. La comprendete voi? Fate un esame di coscienza.


Susanna

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