Claudia Guerisi chiamò Roberto e gli ordinò delle sigarette.
"Sono in ritardo", disse, "avverti Giuseppe di tener pronta la macchina. Uscirò a momenti".
Squillò il telefono e il segretario della Sulcis informò Claudia che il consiglio si riuniva alle nove. Didi cantava quando, infilandosi il soprabito, Claudia comparve nell'atrio dove la cameriera la raggiunse con la cartella.
"Buon lavoro, commendatrice".
"Grazie".
Uscendo, Claudia si trovò fra le braccia di Federica Scelzo che entrava con la furia di un uragano. Con una esclamazione di gioia le due amiche si strinsero in un lungo abbraccio. "Beh, come mai qui?"
In dieci anni alcuni capelli di Federica si erano ingrigiti, ma la sua faccia dai tratti vigorosi conservava la freschezza femminile e l'espressione fanciullesca di un tempo. Claudia rientrò e la precedette nello studio dove il telefono squillava.
"Ma non risponde mai nessuno qui?" si stizzì, staccando la cornetta. "Roberto, porta da bere".
"Subito, commendatrice".
"Accidenti!" esclamò Federica, che s'era incantata ad ammirare la magnifica casa. "Anche commendatrice! Allora è vero che sei diventata un pezzo grosso".
Claudia non intese, stava parlando con il suo segretario. "Come?" gridò ad un tratto. "Telefona subito al commissario di bordo e fatti dire l'ora esatta della partenza della carboniera. Di' al direttore del reparto forniture di sospendere per ventiquattro ore, con una scusa qualsiasi, la fornitura del ferro. Flacangi? Fallo attendere, sarò lì a minuti. Mia cara," continuò rivolta a Federica, che gli sorrideva da una poltrona, "perdonami ma gli affari li devo seguire minuto per minuto".
"Sì, sì, capisco" rispose bonariamente Federica, che dopo dieci anni considerava Claudia ancora una ragazza. "Verrò a trovarti stasera".
"Stasera? Aspetta, stasera ho il consiglio della Sulcis".
"Come, sei della Sulcis?" chiese stupita Federica.
"Sono la presidente".
"Dunque uno dei miei padroni".
"Beh, hai forse da lamentarti del trattamento che ti abbiamo fatto?" chiese Claudia, ridendo di cuore.
"No, no, tutt'altro". Federica si accese una sigaretta, un lieve sorriso di malinconia le increspò le labbra, e rispose sottovoce: "Allora eri tu l'ignoto protettore".
"Io e un poco anche Didi".
"Didi?" chiese Federica. "E chi è Didi?"
"Giacomo".
Giacomo veniva canterellando verso lo studio; come vide la moglie restò immobile sulla soglia e non si accorse di Federica tanto fu grande il suo stupore.
"Come, sei ancora qui? Ti senti poco bene? Oh guarda chi c'è, Federica. Che sorpresa!".
Giacomo balzò al collo di Federica e con impeto fanciullesco le schioccò due baci sulle guance.
"Allora non vai ai cantieri?" continuò, rivolto alla moglie. "E Federica resta con noi? Federica, voglio saper tutto, tutto di questo lungo tempo".
"Allora vi lascio." Claudia colse l'occasione per dire che non poteva fermarsi, che gli affari la aspettavano, che ai cantieri non potevano fare a meno di lei.
"Senti, noi ci vedremo domani. Intanto Didi ti terrà compagnia; cenerai con lui, avrai tutto il tempo di raccontargli quello che vuol sapere. Ciao, domattina ti aspetto ai cantieri, vedrai che meraviglia".
Federica sorrideva in quel modo che gli scopriva appena i denti in un'espressione di tenera malinconia. "Povera Claudia!" esclamò. Ma Giacomo s'era oscurato. "Va, corri dietro agli affari" disse aspro, seguendo la moglie con la cartella. "Sai bene che sono gli affari", sbottò lei seccata mentre apriva la porta dell'atrio, frettolosa di andarsene.
"Ho i miei amici anche io", egli aggiunse, "e i miei impegni".
"E a bene, per un giorno puoi mandarli al diavolo. Son tutti sciocchi".
Claudia scese in fretta le scale senza aggiungere un saluto alla sua frase aspra.
"E' sempre così indaffarata?" domandò Federica quando Giacomo la ebbe raggiunta nel soggiorno.
"Questa è la vita di ogni giorno", sospirò Giacomo. "Con in più questi due minuti e le poche parole che ci siamo scambiati. A volte passano delle settimane senza che io abbia un segno della sua presenza in casa.
"Povera Claudia!" ripeté Federica accarezzandogli una mano e invitandolo a sedere in una poltrona accanto alla sua.
"Povera Claudia! Non sento dir altro intorno a me", si esaltò Giacomo levandosi e incominciando a camminare per la stanza. "Povera Claudia! Lei non ha tempo per divertirsi, per curarsi la salute, quasi per mangiare. Per suo marito non ne ha, assolutamente. Ma pensi te, te che ti sei presa il tempo per godere e per amare, pensate che cosa sia la mia vita?"
"Claudia lavora per te. E se non lo facesse non potreste vivere come vivete, non ti pare?"
"Oh, per me, farei volentieri a meno di tutto questo lusso, pur che potessi sentirmi vicino una moglie. Ma non voglio rattristarti inutilmente, povera amica. Andiamo fuori a pranzare, ti va? Conosco un locale alla moda dove ci divertiremo".
"Noi due soli? In un locale pubblico?" chiese stupita Federica. "E che cosa dirà la gente?"
Giacomo scoppiò a ridere fanciullescamente. "Che cosa dirà? Dirà quello che ha sempre detto: che ho delle amanti".
Federica lo guardò costernata.
"Ho troppo stima di te per credere a quello che mi dici".
"Siete una ingenua, oppure una furba, sì, una furbetta. Può essere un'ottima arma anche la tua. Scommetto che finirai col farmi la corte anche te".
Federica le si fermò davanti profondamente stupita: "Allora è vero quello che mi dici? Io non mi raccapezzo. Dieci anni fa, quando vi ho lasciati, tu e Claudia eravate la coppia più felice di questo mondo; il vostro è stato un matrimonio d'amore, no? Ora vi ritrovo così mutati, così tristemente diversi". Giacomo scosse il capo e i suoi occhi brillarono insolitamente; rise ad un tratto d'un riso aspro, insincero.
"Senti Federica, io bevo whisky senza soda, voglio dire che le cose mi piacciono chiare, nette, forti. Questo tuo romanticismo annacquato di borghesia mi dà fastidio". Vedendo la faccia di Federica contorcersi in una smorfia amara, egli continuò: "Oh, non volevo... non volevo ricordarti quel tempo... scusami".
"Ho vissuto quasi tutta la mia giovinezza tra la gente che lavora rischiando ogni giorno la vita. No, non ti potrei mentire Giacomo, non so fingere". Federica sedette di nuovo, un'ombra di tristezza le oscurava il volto.
"Capisco", rispose Giacomo. "Ebbene allora ti dirò che anche se le apparenze sono contro di me, tu ritrovi il ragazzo di dieci anni fa, intatto. Non fraintendermi, ti prego".
"Lo sapevo", mormorò Federica.
"Intatto," riprese Giacomo, "ma non intangibile. No, voi non mi capite. I miei trent'anni valgono di più di tutte le tue rinunce. Quando ci sposammo io e Claudia, non eravamo ricchi, lo sai, ma che felicità quando potevamo ritrovarci soli, la sera. C'era uno scopo oltre la sua fatica, oltre la mia solitudine, c'era l'amore. Ma poi, piano piano, Claudia è uscita dalla mia vita per rincorrere il denaro, gli affari, le soddisfazioni dell'ambiziosa che vuole stravincere. Io mi ritrovai ricco, con tutte le possibilità che offre la ricchezza. Così ho cercato fuori della mia casa un motivo di felicità. Adesso ho amici, amiche, sono invidiato: ho conosciuto il gusto di essere baciato da una bocca che non fosse quella di Claudia ed ho avuto motivo di avvilirmene. Sono stato cento volte sul punto di compiere l'atto... No, non l'ho fatto, Federica, ma non per lei, bensì per me. E ho sofferto anche di questo mio attaccamento alla tradizione della piccola morale borghese che vuole i mariti infelici, ma onesti".
Federica ascoltava a testa china. Non rispose. Ricordava Giacomo, il bello e giovane fidanzato della Claudia di un tempo, Giacomo dal vestitino dimesso come l'avevo conosciuto dieci anni prima nell'appartamento di Via Paradiso, quando si affannava intorno al fornello per preparare la torta di ribes che tanto piaceva a Claudia.
"Ci amiamo, ci amiamo, che male c'è? Perché mi fai quella faccia?" Si stupiva della sua malinconia, dei suoi improvvisi silenzi, delle sue improvvise assenze. "E Claudia?" domandò infine Federica scuotendosi.
"Claudia? Sempre più presa dagli affari, dai successi, dal gusto di inondarmi di danaro e di vincerla su tutti. A poco a poco la mia onestà è divenuta una parola priva di senso. Nella società che frequento io cambio amante ogni mese, intreccio flirts dalla mattina alla sera. Ebbene," s'infiammò Giacomo, "ebbene poiché questo si dice, poiché Claudia si allontana sempre più dalla mia vita, nessuno può dire che tutto ciò non possa domani diventar vero". Egli si guardò intorno smarrito e soggiunse sommessamente: "Ma me ne andrei via di qui".
"La amate ancora tanto?" chiese Federica, quasi senza voce.
Giacomo non rispose, si passò una mano sugli occhi che ritornarono vivi e lucenti. "Suvvia, andiamo a pranzo", esclamò con voce falsa, acuta. "Corri a vestirti. Troveremo i miei amici e ci divertiremo. Andremo all'Ambasciatori".
La mattina seguente Claudia era nel suo studio ai cantieri quando le fu annunciata Federica.
"Sono mezza morta", esclamò Federica accasciandosi in una poltrona e sfilandosi dai piedi le decolté rosa con almeno dieci centimetri di tacco. "Però ho voluto vederti ugualmente. Stanotte parto per Berlino".
"Di già?" chiese stupita Claudia. "Allora ti tengo a colazione con me. Andremo qui vicino, in una trattoria dove si mangia del pesce eccellente".
Federica vide che Claudia era tranquilla, di quella tranquillità che viene dal benessere e dall'abitudine del comando; notò pure che le sue mani tremavano un poco nell'atto di accendere la sigaretta e che l'amica, pur avendo ancora tutti i capelli neri, sembrava assai più invecchiata di lei.
"Ieri sera sono stata all'Ambasciatori con Giacomo. C'erano tutti i suoi amici", disse ad un tratto, decisa a parlare.
"Ti sarai annoiata con quei quattro stupidi", fece distrattamente Claudia.
"Con quei quattro stupidi c'era anche tuo marito", replicò Federica lanciandogli uno sguardo severo.
"Ma non importa, mio marito è il primo a dir male dei suoi amici". Claudia premette il pulsante della luce rossa affinché nessuno entrasse a disturbarle.
"Vorrei parlarti di Giacomo e di te". Federica si morse il labbro ricoperto da un dolcissimo gloss color rosa acceso. "Vi ho trovati diversi da come vi ho lasciati. Ne sono rattristata".
"Sei rimasta una romanticona", rise sottovoce Claudia, guardandola con affettuosa simpatia.
"Sono rimasta una romantica e ne ho piacere", rispose Federica. "Le mie speranze sono intatte, ecco tutto".
"Io le mie le ho attaccate al carro della realtà". Sulle labbra di Claudia passò un lieve lampo di soddisfazione. Le sue speranze aggiogate a quel carro avevano percorso un cammino notevole.
"Tu vivi ancora nel mondo dei fantasmi, mia cara. La vita è un'altra cosa".
"Ma tu non vivi affatto", la interruppe vivamente Federica.
"Io ho costruito", rispose Claudia con pazienza.
"Hai costruito sulla sabbia. Ieri sera ho assistito a delle cose che mi hanno fatto pena, mi hanno addirittura disgustata. Ho visto Giacomo tra le braccia di cento ballerine che se lo contendevano come per gioco. E tu permetti questo, tu lavori, accumuli, costruisci, come dici, per dare a tuo marito il gusto raffinato delle tentazioni. E' questo che hai costruito? Dieci anni di lavoro ti hanno portata a questa conclusione? A fare di tuo marito un povero uomo che non sa come e dove meglio cadere? Sei tu la Claudia gelosa di Via Paradiso? Io non so veramente fin dove voglia arrivare questo povero mondo di affaristi che non si accorge di correre alla bancarotta delle illusioni".
"Sembri un medico pessimista", rise Claudia mordendo la sigaretta.
"Sono una donna che non ha rinunciato a vivere. Ma non ti accorgi che Giacomo ti sfugge? Che vivete come due estranei? Che l'amore tra di voi ha il gusto della cenere e respira nell'aria il tradimento?"
"A questo punto, siamo giunti, al tradimento. Senti, non crederò mai Giacomo capace di un atto simile", rispose Claudia tormentandosi le mani.
"E hai ragione, conosci bene tuo marito, ma ti sfugge il concetto dell'uomo, le sue esigenze, la sua continua sete d'amore. Noi donne invecchiamo su questa parola. Abbiamo bisogno di amore. Giacomo ha avuto ieri sera parole dure verso di te: e quella sua sete di divertirsi, di stordirsi nel più cretino dei modi, non è altro che la strada aperta al tradimento. Di' un po', e se avesse un'amante?"
Claudia impallidì e non rispose: Federica insistette.
"Rispondi, se Giacomo avesse una amante? Io l'ho lasciato stanotte all'Ambasciatori con molte di quei tipi di nonsofarniente che tanto piacciono agli uomini per i loro pomeriggi senza scopo. L'hai visto tu rincasando?"
"No, non era ancora rientrato" rispose Claudia smarrita: si trovava davanti alla compagna maggiore come ai tempi dei suoi primi passi nel mondo degli affari. "Ma che cosa tenti di mettermi in testa?"
Federica prese la borsa e si avvicinò alla scrivania. "Niente, ho voluto avvertirti finché sei ancora in tempo. Tuo marito è innamorato di te, innamorato, bada bene, è la parola. Rifletti adesso sulle conseguenze di certe distrazioni. Noi donne non ci rendiamo conto di tante cose. Arrivederci". Federica appariva leggera nel varcare la soglia di quel sontuoso ufficio, solo un'ombra di malinconia le velava la faccia che conservava l'espressione fanciullesca di un tempo. Claudia restò in piedi con la mano sospesa nell'aria, una mano che ricadde inerte sul tavolo ingombro di carte; il raggio di sole che vi passava sopra faceva brillare la splendida fede nuziale.
"Eppure non l'ho tradito". Questo pensiero le passò rapido nella mente e vi lasciò come una nebbia chiara dentro la quale rivide Giacomo, il Giacomo di Via Paradiso, col grembiule civettuolo e l'aria affannata intorno al fornello. Senza rendersi conto di quello che facesse formò il numero di casa. Rispose Roberto per dirle che il signore dormiva. "Portagli l'apparecchio", ordinò Claudia. Furono istanti indicibili quelli che trascorsero per lei nell'attesa della voce cara. "Sono io, Claudia. Ma sì. sono io ti dico. Voglio, senti... faccio colazione in casa, sì alzati, mangiamo insieme. No, non scherzo. Preparati, tesoro, vengo subito, sì, subito, adesso..."
Rincasò sicura di sorprendere Giacomo nel letto: percorrendo le stanze ebbe modo di accorgersi che il suo cuore batteva in affanno come nei giorni felici di Via Paradiso. L'amore non era morto in lei e ora si destava dall'assopimento più forte che mai, pieno di palpiti, di pensieri, di tenerezze. "Giacomo, un'amante?" La coscienza le diceva che egli avrebbe avuto ben diritto di vuotare i suoi tesori in un cuore meno distratto del suo, tuttavia...
Il letto era già stato rifatto e dalla finestra entrava con l'aria primaverile il caldo sole del mattino.
"Dov'è Giacomo?" chiese Claudia a Roberto, che comparve sull'uscio. "E' uscito?" soggiunse improvvisamente sgomenta. "Non so, mi par d'averlo sentito in cucina" rispose Roberto, sorpreso da tante novità. Claudia guizzò via. "In cucina?" rifletté. "Che c'è andato a fare, in cucina?"
"...e la panna, ma ti raccomando, freschissima" strillava Giacomo correndo dai fornelli alla tavola e di qui alla porta del frigorifero, in affanno. "Signore", piagnucolò la voce della cuoca, "lasciate fare a me, ci penso io, vedrete che vi accontenterò".
Giacomo non rispose, levato il frullino dalla terrina, sorrise dell'opera sua; poi con mano esperta rimise in moto il frullauova.
Claudia gli giunse alle spalle. "Ah", ella strillò, "mi hai fatto paura".
Davanti alla cuoca sbalordita ella lo baciò, quindi rispose: "Anche tu, anche tu".
E finirono insieme di fare la torta di ribes.
Ita Baraldi
giovedì 26 settembre 2013
venerdì 24 maggio 2013
I bei tessuti e le belle mode
I motivi dei tessuti stampati anziché dimuire d'interesse e di novità, si fanno a ogni nuova stagione sempre più variati, sempre più originali e la donna li ama, poiché divertono l'occhio senza stancarlo e danno piacevoli sensazioni estetiche. Ogni linea è con essi possibile, si addicono a tutte le età, con le loro diverse colorazioni e i loro molteplici motivi.
Lo stampato non soltanto forma il più grazioso vestito, ma può servire per elegante guarnizione, prestandosi come fodera; vi è inoltre la possibilità di rinnovare l'aspetto d'un abitino tutt'ora in buono stato dell'anno precedente, usando quegli accorgimenti che la confezione moderna permette. Effetti di colore, gusto per la linea, freschezza di particolari. Fare un bolera di una giacca, un "due pezzi" con una principessa, portandoli con pezzi diversi, arricchirli di nuovi indumenti uniti, spezzettarli, fino a fare una cintura, una cravatta, un fiore. Il miglior modo per mascherare i disegni noti, è la pieghettatura; e giacché siamo in argomento, diremo che è proprio la pieghettatura che decide del grado di eleganze di ogni abito stampato. L'increspatura sottolinea il corpo nei vestiti da sera, dà moviomenti con teli staccati o pannelli a quelli del pomeriggio. E sono i piegono e le pieghe poiatte che porteremo col genere sport, mattina, spiaggia, campagna.
Sappioamo che la moda esige oggi la gonna larga: si può ottenere questo effetto con innesti modellati o pieghettati, o con qualche altro artificio che, allargando la gonna in basso, le die la forma svasata di prammatica. La vita è stretta e cioè volutamente snella; si può arrivare a questo, mettendo, ad esempio, al posto della cintura sezioni a sghembo, o facendo magari a sghembo l'intero corpetto, modellandolo solo ai lati, a punta in giù, rimborsato. Oppure si ricopre il corpetto aderente con un casacchino dritto.
Abbiamo detto che gli stampati servono anche come fodere: infatti nulla di più grazioso d'una redingotta, di una casacca o di un bolero con questo motivo vivace nella parte interna, come già si usava qualche anno fa. Coll'avanzare della stagione, quando la principessa dominerà incontrata, basterà un bolero o una lieve giaccia o una casacca di tessuto più leggero a vestire la persona.
Per il pomeriggio le tinte si sceglieranno più ricercate, i motivi più originali: le casacche sono di faglia o di taffetà. Le redingotte di seta chiara hanno bella linea e sono anch'esse di stampato uguale, ma velate. Il disegno minuto, chiazzato e sfumato come all'acquarello è sempre distinto; a prima vista non si distinguono quasi i motivi, ma osservando meglio ecco apparire una serie di ochette nere e di ochette bianche, penne, un tratto di muro di mattoni coperto di edera; la fantasia non manca agli stilisti.
Gli stampati per sera sono invece a sezioni, a bordi, a fasce altissime di fiori che campeggiano su fondo unito. Spesso gli stilisti li impiegano in senso verticale e la striscia fiorita si limita così ad occupare una zona soltanto del vestito: davanti, dietro, su un fianco. Anche i piccoli particolari hanno il loro interesse: così volendo variare il tema dei brillanti sulla bottoniera di un abito a giacca, si potrà sostituire il mazzetto delle margherite, o delle roselline. Una cintura potrà essere ricamata a colori vivaci. Le borchiette predominano.
I guanti si son visti finora corti e chiusi da un bottone, di pelle lucida , nei colori grigio-perla, giallini, rossicci- Più avanti li vedremo un po' lunghi sul polso e di tessuti diversi. La rete e il merletto godono maggior favore. Quanto ai colori, il guanto deve armonizzare con l'abito, o avere la stessa intonazione, una più in chiaro; oppure essere di colore contrastante: marrone con grigio; nero con grigio o azzurro chiaro o rosa.
Queste le novità, in linea di massima, ma siamo ormai alla metà di maggio e ma le prossime principali voghe estive potrebbero ancora riservare nuove sorprese.
Lo stampato non soltanto forma il più grazioso vestito, ma può servire per elegante guarnizione, prestandosi come fodera; vi è inoltre la possibilità di rinnovare l'aspetto d'un abitino tutt'ora in buono stato dell'anno precedente, usando quegli accorgimenti che la confezione moderna permette. Effetti di colore, gusto per la linea, freschezza di particolari. Fare un bolera di una giacca, un "due pezzi" con una principessa, portandoli con pezzi diversi, arricchirli di nuovi indumenti uniti, spezzettarli, fino a fare una cintura, una cravatta, un fiore. Il miglior modo per mascherare i disegni noti, è la pieghettatura; e giacché siamo in argomento, diremo che è proprio la pieghettatura che decide del grado di eleganze di ogni abito stampato. L'increspatura sottolinea il corpo nei vestiti da sera, dà moviomenti con teli staccati o pannelli a quelli del pomeriggio. E sono i piegono e le pieghe poiatte che porteremo col genere sport, mattina, spiaggia, campagna.
Sappioamo che la moda esige oggi la gonna larga: si può ottenere questo effetto con innesti modellati o pieghettati, o con qualche altro artificio che, allargando la gonna in basso, le die la forma svasata di prammatica. La vita è stretta e cioè volutamente snella; si può arrivare a questo, mettendo, ad esempio, al posto della cintura sezioni a sghembo, o facendo magari a sghembo l'intero corpetto, modellandolo solo ai lati, a punta in giù, rimborsato. Oppure si ricopre il corpetto aderente con un casacchino dritto.
Abbiamo detto che gli stampati servono anche come fodere: infatti nulla di più grazioso d'una redingotta, di una casacca o di un bolero con questo motivo vivace nella parte interna, come già si usava qualche anno fa. Coll'avanzare della stagione, quando la principessa dominerà incontrata, basterà un bolero o una lieve giaccia o una casacca di tessuto più leggero a vestire la persona.
Per il pomeriggio le tinte si sceglieranno più ricercate, i motivi più originali: le casacche sono di faglia o di taffetà. Le redingotte di seta chiara hanno bella linea e sono anch'esse di stampato uguale, ma velate. Il disegno minuto, chiazzato e sfumato come all'acquarello è sempre distinto; a prima vista non si distinguono quasi i motivi, ma osservando meglio ecco apparire una serie di ochette nere e di ochette bianche, penne, un tratto di muro di mattoni coperto di edera; la fantasia non manca agli stilisti.
Gli stampati per sera sono invece a sezioni, a bordi, a fasce altissime di fiori che campeggiano su fondo unito. Spesso gli stilisti li impiegano in senso verticale e la striscia fiorita si limita così ad occupare una zona soltanto del vestito: davanti, dietro, su un fianco. Anche i piccoli particolari hanno il loro interesse: così volendo variare il tema dei brillanti sulla bottoniera di un abito a giacca, si potrà sostituire il mazzetto delle margherite, o delle roselline. Una cintura potrà essere ricamata a colori vivaci. Le borchiette predominano.
I guanti si son visti finora corti e chiusi da un bottone, di pelle lucida , nei colori grigio-perla, giallini, rossicci- Più avanti li vedremo un po' lunghi sul polso e di tessuti diversi. La rete e il merletto godono maggior favore. Quanto ai colori, il guanto deve armonizzare con l'abito, o avere la stessa intonazione, una più in chiaro; oppure essere di colore contrastante: marrone con grigio; nero con grigio o azzurro chiaro o rosa.
Queste le novità, in linea di massima, ma siamo ormai alla metà di maggio e ma le prossime principali voghe estive potrebbero ancora riservare nuove sorprese.
venerdì 10 maggio 2013
Uno sguardo alla moda primaverile ed estiva 2013
Dopo i freddi mesi invernali, ecco finalmente la tanto attesa freschezza primaverile che ha invaso le strade, in attesa del gran sole d'estate che ci consentrà di vestire abiti leggeri e festosi, in armonia con la stagione.
Non crediate, però, che la moda non si renda conto del periodo che attraversiamo; essa sa perfettamente la serietà del momento e quindi che sarebbero fuori luogo. Ma non si può impedire al sole di risplendere, ai fiori di sbocciare... e quindi alla moda di adeguarsi al sole, ai fiori, all'azzurro del cielo, al profumo che è nell'atmosfera. Risalutiamo dunque con gioia gli abiti chiari, le tinte pastelizzate, le stoffe lievi e diafane, i modelli fluttuanti ed ariosi.
Per i costumi a giacca che ogni donna vuole avere nel proprio guardaroba e che sono così comodi e pratici, è nuovamente in gran voga il turchino in tutte le sue gradazioni, dal turchino marinaio all'azzurro, passando per tutta la gamma dell'indaco, dello zaffiro, del glauco, del cobalto, dell'ardesia fino al fiore del lino, al ceruleo; preferiti, però, questi ultimi, per gli abiti "principessa" che si indossano sotto ad un leggero soprabito di tono più scuro. Anche il nero ha sempre le sue fautrici, per i vestiti a giacca e per i soprabiti; oltre a questi due colori che diremo fondamentali, ho visto molti toni di rosso - granata, vinaccia, vermiglio - qualhe sfumatura di sabbia e molte sfumature di pastello.
Più in là, per gli abiti più estivi, porteremo i bei tessuti stampati a fiori tropicali, a figurette bizzarre (ho visto una teoria di ballerine che si inchinavano ad una platea immaginaria: graziosissimo!) e poi le immortali pastiglie, piselli, coriandoli, bolli di diverse grandezze; e ancora, fiorellini minuti disposti a ghirlandine, a mazzetti, e strisce equidistanti con un effetto di righe variopinte.
Una grande voga trovano ancora una volta i tessuti di maglia, specialmente per certi modelli drappeggiati veramente incantevoli.
Ed eccomi a parlare delle fogge. La parola d'ordine, anche in questa stagione, è "semplicità". Ma se la semplicità - anzi l'austerità - è di rigore nei vestiti a giacca, quelli più leggeri possono permettersi qualche fantasia, senza - naturalmente - cadere nell'eccentricità, la quale sarebbe, oggi, di pessimo gusto. Il vestito da sera propriamente detto è quasi scomparso dalle collezioni di quest'anno. Si fa qualche vestito lungo soltanto per cerimonie speciali (nozze o inviti di grande importanza): altrimenti si portano degli abiti da pomeriggio più eleganti, più raffinati, più preziosi; ma pur sempre abiti corti. Fra i pochi abiti unghi ho notato un modello squisitamente elegante di laminato oro vecchio: gonna leggermente ampieggiante, con breve strascico, e giacchettina attillata con maniche lunghe e grandi risvolti di zibellino. Questo "abito a giacca per sera" era completato da un grande manicotto di zibellino. Un altro modello assai ricco era di tulle nero, con enormi rose stampate, ritagliate e applicate nella parte inferiore della gonna. Una sola grossa rosa, intonata a quelle ritagliate, era appuntata sulla spalla.
Nei vestiti da pomeriggio elegante ho notato dei motivi di drappeggio sulla schiena - quasi un cappuccio come quelli che si portavano davanti qualchew anno fa - e qualche cintura drappeggiata a fasciare le anche, come nei costumi egiziani. Altre cinture sono a forma di bustino molto alto, che stringe i fianchi e la vita.
Un grazioso movimento di drappeggio si trova sovente anche all'altezza della vita: sono camicette blusanti o rimborsate, che spesso nascondono interamente la cintura.
Le gonne si sono allungate, ma non quanto si prevedeva in principio di stagione: si tratta di un paio di centimetri, non di più!
Molti stilisti insistono nel volere le spalle ricadenti; altri invece hanno ancora presentato le spalle quadrate, gioia delle donne che hanno gli omeri non perfettamente scultorei. Moltissimi modelli hanno una piccola scollatura, generalmente quadrata.
Non crediate, però, che la moda non si renda conto del periodo che attraversiamo; essa sa perfettamente la serietà del momento e quindi che sarebbero fuori luogo. Ma non si può impedire al sole di risplendere, ai fiori di sbocciare... e quindi alla moda di adeguarsi al sole, ai fiori, all'azzurro del cielo, al profumo che è nell'atmosfera. Risalutiamo dunque con gioia gli abiti chiari, le tinte pastelizzate, le stoffe lievi e diafane, i modelli fluttuanti ed ariosi.
Per i costumi a giacca che ogni donna vuole avere nel proprio guardaroba e che sono così comodi e pratici, è nuovamente in gran voga il turchino in tutte le sue gradazioni, dal turchino marinaio all'azzurro, passando per tutta la gamma dell'indaco, dello zaffiro, del glauco, del cobalto, dell'ardesia fino al fiore del lino, al ceruleo; preferiti, però, questi ultimi, per gli abiti "principessa" che si indossano sotto ad un leggero soprabito di tono più scuro. Anche il nero ha sempre le sue fautrici, per i vestiti a giacca e per i soprabiti; oltre a questi due colori che diremo fondamentali, ho visto molti toni di rosso - granata, vinaccia, vermiglio - qualhe sfumatura di sabbia e molte sfumature di pastello.
Più in là, per gli abiti più estivi, porteremo i bei tessuti stampati a fiori tropicali, a figurette bizzarre (ho visto una teoria di ballerine che si inchinavano ad una platea immaginaria: graziosissimo!) e poi le immortali pastiglie, piselli, coriandoli, bolli di diverse grandezze; e ancora, fiorellini minuti disposti a ghirlandine, a mazzetti, e strisce equidistanti con un effetto di righe variopinte.
Una grande voga trovano ancora una volta i tessuti di maglia, specialmente per certi modelli drappeggiati veramente incantevoli.
Ed eccomi a parlare delle fogge. La parola d'ordine, anche in questa stagione, è "semplicità". Ma se la semplicità - anzi l'austerità - è di rigore nei vestiti a giacca, quelli più leggeri possono permettersi qualche fantasia, senza - naturalmente - cadere nell'eccentricità, la quale sarebbe, oggi, di pessimo gusto. Il vestito da sera propriamente detto è quasi scomparso dalle collezioni di quest'anno. Si fa qualche vestito lungo soltanto per cerimonie speciali (nozze o inviti di grande importanza): altrimenti si portano degli abiti da pomeriggio più eleganti, più raffinati, più preziosi; ma pur sempre abiti corti. Fra i pochi abiti unghi ho notato un modello squisitamente elegante di laminato oro vecchio: gonna leggermente ampieggiante, con breve strascico, e giacchettina attillata con maniche lunghe e grandi risvolti di zibellino. Questo "abito a giacca per sera" era completato da un grande manicotto di zibellino. Un altro modello assai ricco era di tulle nero, con enormi rose stampate, ritagliate e applicate nella parte inferiore della gonna. Una sola grossa rosa, intonata a quelle ritagliate, era appuntata sulla spalla.
Nei vestiti da pomeriggio elegante ho notato dei motivi di drappeggio sulla schiena - quasi un cappuccio come quelli che si portavano davanti qualchew anno fa - e qualche cintura drappeggiata a fasciare le anche, come nei costumi egiziani. Altre cinture sono a forma di bustino molto alto, che stringe i fianchi e la vita.
Un grazioso movimento di drappeggio si trova sovente anche all'altezza della vita: sono camicette blusanti o rimborsate, che spesso nascondono interamente la cintura.
Le gonne si sono allungate, ma non quanto si prevedeva in principio di stagione: si tratta di un paio di centimetri, non di più!
Molti stilisti insistono nel volere le spalle ricadenti; altri invece hanno ancora presentato le spalle quadrate, gioia delle donne che hanno gli omeri non perfettamente scultorei. Moltissimi modelli hanno una piccola scollatura, generalmente quadrata.
martedì 12 marzo 2013
Al telefono
C'è, naturalmente, un galateo del telefono (fisso, telefonino, smartphone che sia) che serve per tutti. E c'è un galateo del telefono che serve particolarmente a due che sono legati da un affetto. Il galateo che serve per tutti consiste di poche regole che ognuno di noi conosce. L'altro, più sottile e difficile, ha molte regole che forse non tutti sappiamo.
Per esempio: non chiamate lui al telefono quando avete il dubbio che egli si possa trovare in condizioni di non potervi parlare liberamente. Le vostre domande di ordine sentimentale, i vostri discorsi, lo mettono in imbarazzo. Egli non può rispondere come vorrebbe ed è costretto a tergiversare per non far capire alle persone che eventualmente sono con lui la natura di quella conversazione. Tanto meno gli telefonerete per risolvere qualche questione importante del vostro affetto. Le questioni importanti, specialmente se di carattere tanto delicato come quasi tutte quelle che riguardano il vostro affetto non vanno trattate per telefono, smartphone o computer. Mai. Vanno trattate di persona.
E non telefonategli neppure "metodicamente", cioè tutti i giorni alle stesse ore. Per un po' di giorni avrete qualche cosa da dirvi. Per un po' di giorni potrà essere piacevole per lui ascoltare la vostra voce al telefono. Ma poi? L'abitudine toglierà ogni sapore a quel gesto che aveva al principio tanto significato. Egli non saprà che cosa dirvi, e il non saperlo lo irriterà e finirà per aspettare con animo non troppo accogliente l'ora della vostra telefonata.
Evitate le discussioni anche minime al cellulare. Non compiacetevi di dire di no quand'egli dice sì, o viceversa. Fate in modo che, in quei pochi secondi di conversazione telefonica, non sorgano contrasti. Se sorgono, appianateli subito dicendogli: "Sì, è vero, hai ragione: parliamone stasera". E la sera, a voce, avrete il tempo di spiegarvi e di far capire le vostre ragioni, di ascoltare le sue e di decidere in conseguenza. Ma al telefonino, senza potervi vedere, senza poter leggere nell'espressione del volto, col tempo contato, una discussione ha novanta probabilità su cento di diventare un bisticcio, una lite. Evitatele.
Se egli vi telefona e voi non siete libere di parlargli come credete, non insistete in un lungo e misterioso giro di parole dalle quali egli non capisce niente, ma in compenso, capiscono molto bene le persone che vi sono vicine mentre telefonate. Ditegli semplicemente: "A domani". E salutatelo. L'aria di mistero serve solo a far credere agli altri altri che avete qualche cosa da nascondere, ma non a spiegare a lui ciò che volete dire.
Sappiate resistere alla tentazione di parlargli pensando che non sarà al telefono, che avrete la possibilità di farlo ritornare a voi, ma solo parlandogli a voce, solo dicendogli, con la voce, ma anche con lo sguardo e con tutta l'espressione del vostro volto, quanto soffrire stando lontane da lui.
Mademoiselle
venerdì 25 gennaio 2013
2013...
E' inevitabile, agli inizi di un nuovo anno, fermarsi un po' a riflettere e a pensare sui 12 mesi che ci si è appena lasciati alle spalle: e alle volte il sentimento ti prende, ti prende immensamente...
domenica 18 novembre 2012
La ragazza di pietra
"Vuoi farmi un piacere?
Questo mio amico, Stefano, direttore d'una industria d'acciaio, è continuamente e diabolicamente indaffarato. Clienti, officine, operai, tratte, sconti, forniture. E milioni: tanti milioni.
Vuoi farmi questo piacere?"
"Sentiamo".
"Tieni questi biglietti da cinquanta. Non spalancare gli occhi. So quello che pensi in questo momento: Ah, se fossero i miei! E invece non sono tuoi. Beh, corri in banca. Fammi un assegno circolare da cinquecento, intestato a questo nome. Mettilo in questa bura e spedisci per assicurata. Hai ben capito? Ho una fretta spaventosa: un ordine improvviso: fra dieci minuti devo partire per Bologna. E fatti vedere, una di queste sere, a casa mia. Ricordatene. E mi raccomando l'assegno e l'assicurata. Ciao. Arrivederci".
Rimise in moto la macchina e scomparve.
Piazza Castello era ovattata di nebbia. Le undici del mattino. Una giornata tediosa. Gianni non sapeva dove andare. E lo infastidiva tutta questa gente che gli passava vicino, che lo urtava, che correva, si affannava. In galleria pochissima gente. Soliti gruppetti d'artisti; qualche parola scritta e riscritta sui muri; soliti ragazzini a spasso e non a scuola.
L'aria era grigia e sporca. Ma nel grande bar dove Gianni entrò, l'atmosfera era diversa. C'erano i paralumi d'un color rosa confetto, le poltrone invitanti, un silenzio piacevole, ch3e offriva conforto e raccoglimento.
"Un campari".
Dal suo postici d'angolo, Gianni vedeva un pezzo dell'ottagono della galleria. Una libreria sbandierava le ultime novità editoriali. Un'agenzia di viaggi decantava le vacanze più belle. Dieci giorni a Zanzibar. Una settimana a Vienna. Maggio a Malindi...
Improvvisamente una giovane donna fece il suo ingresso, lasciando dietro di sé una scia di buon profumo; sedette al tavolino accanto al suo. Una tipa interessante, una tipa... deliziosa: ecco l'aggettivo esatto. Aveva una giacca lunga grigioperla, fliente, come s'usavano all'epoca; un cappellino strano, molto piatto, che assomigliava...
Gianni rinunciò al paragone: ad ogni modo, le stava molto bene. Il viso era davvero d'un ovale perfetto; gli occhi vellulati, come quelli d'una gazzella: benché in vita sua non avesse mai visto una gazzella.
La guardò attentamente. Nulla. Sembrava non essersi accorta della sua modesta presenza. Aveva preso dalla borsa un magnifico astuccio e si era accesa una sigaretta fatta a mano. Sì: lo ammalinconiva, ecco. Pensava che nella sua breve o lunga vita non avrebbe mai avuto una donna simile. Ed era davvero disgustato dalle avventurette con donne insignificanti. Desiderava avere una bellissima donna al suo fianco; una donna che indossasse un magnifico abito all'ultima moda; scarpe bellissime; un cappellino grazioso. Una donna, insomma, profumata, vivace, istruita. E invece, nulla. Per consolarsi, Gianni guardava allora la donna elegenatissima che prendeva il suo caffè con mosse da regina di corte. Che donna. Aveva le mani bianchissime, soffici; le unghie scarlatte, certe labbra e certi denti bianco splendenti...
Gianni tossicchiò. Si curvò un po' verso di lei, tentando anche un sorrisetto. Nulla. Poi lo onorò d'uno sguardo indifferente, gelido, che li disarmò. Gianni siguardava istintivamente nello specchio che aveva di fronte. Era palliduccio anzichenò; la sua cravatta non era più nuova, era evidente; il suo abito non era proprio all'ultimo grido; e la sciarpa che l'avvolgeva negligentemente il collo, per esempio, era un po' sbiadita. Tutti questi particolari li notava soltanto ora, in quell'ambiente di lusso. Naturalmente.
"Cameriere".
Un'idea bislacca. Voleva pagare con uno di quei bigliettoni da cinquanta del suo amico Roberto. Dieci biglietti da cinquanta. Una piccola ricchezza. Sfogliò negligentemente il mazzetto, ne prese uno con suprema noncuranza e lo gettò teatralmente sul tavolino. Il cameriere s'inchinò: potenza odiosa del danaro.
Oh, oh! Anche la bellissima donna, se ne accorse immediatamente, aveva lanciato uno sguardo dalla sua parte; prima con noncuranza, poi con estrema attenzione. Il suo viso s'era come raddolcito; un impercettibile sorriso aveva stirato le sue labbra purpuree. Lo guardava con amabilità, ora. Gianni ne approfittò. Arrischiò una frase, sciocca purtroppo: ma in quel momento non ne aveva altre a sua disposizione.
"Fuori c'è un'aria davvero gelida".
"Sì. E questa nebbia, poi, che immerge la città in uno smisurato bicchiere di latte, è odiosa".
Parlava bene. Bellissima la similitudine del bicchiere di latte. L'accento tuttavia tradiva le sue origini: non appariva italiana. Forse dell'est... anzi, nordica. Ma questo non aveva importanza: quella voce era deliziosa, da contralto; denti madreprlacei e labbra sensuali.
"Permettete?"
Quando una persona ha fogli da cinquanta in tasca può permettersi qualsiasi atto, anche se condannato severamente dalle rigide regole della galanteria. Si sedette vicino a lei. La fissò lentamente negli occhi.
"Il sole..." mormorò, "verso mezzogiorno è come un bimbo malato. Guardate lassù gli effetti di luce".
"Certamente".
Uscirono. Era alta e camminava ondulando sulle anche nervose. Sguardi astiosi delle donne; di ammirazione dei giovincelli. Crepate tutti, pensò. Comminarono. Vie del centro. Si chiamava Elina e viveva a Torino da un paio di mesi, sola, in un appartamento in un quartiere elegante. Parlava con estrema grazia.
"Torino è una bellissima città. Peccato che il clima d'oggigiorno..."
"Ma la sera," disse subito Gianni, "la sera ci sono i locali scintillanhti di luce. E la Mole Antoneliana a vegliare sulla città."
Gianni arrischiò poi una domanda che lo premeva sulle labbra:
"E se vi chiedessi di rivedervi ancora, domani sera, per esempio? Alle nove, all'ingresso della galleria".
Elina rise, minacciandolo scherzosamente col dito.
"Provate a chiedermelo. Chissà?"
L'indomani sera, alle nove, all'ingresso della galleria, Gianni quasi non ci credette: Elinia arrivò, ancora più bella ed elegante, con quei lunghi capelli mossi di un biondo splendente.
"Puntuale?"
"Puntualissima. E sono felice. Tutt'oggi è stato un tormento per me. La vostra deliziosa immagine m'ha perseguitato come un creditore, come un ufficiale giudiziario".
La similitudine, come a tutti quelkli che non avevano mai avuto a che fare con un ufficiale giudiziario, la fece ridere di cuore.
"Dove si va'" chiese, guarandosi attorno.
Poche storie: aveva in tasca solamente un miserabile pezzo da cinquanta. Quella mattina, dopo il piacevole incontro al bar, era dovuto andare in banca per rispettare il favore che aveva promesso al suo amico Roberto. Ora, quella sera, Gianni non poteva più sfogare una presunta ricchezza. Aveva attinto da parte dei suoi risparmi, ma non poteva fare di più. La prospettiva di un nuovo lavoro era ancora troppo lontana.
Quella sera avrebbe dovuto improvvisare, in qualche modo. Cercò di attrarre la bionda Elina in un locale modesto.
"Se andassimo", disse con un vocino da telefono, "se andassimo al cinema? C'è questo nuovo film..."
"No", rispose decisa. "Ci sono state di recente, nessun film che ne valesse la pena. Quindi neanche per sogno. Andiamo invece al Teatro Regio, c'è una bellissima opera. Andiamo?"
E sia! Andiamo, per tutti gli dèi. Al Teatro Regio! pensò Gianni assecondando i desideri della giovane donna. Poi però si mise a riflettere: Oddio. Non c'era mai stato. Che prezzi vi praticavano? E poi: quali posti? Ma inarrestabile Elina lo tolse da ogni incertezza.
"Prendiamo due poltrone tra le prime fila. Voglio vedere da vicino gli abiti di scena".
"Due poltrone tra le prima fila, se possibile", chiese con un soffio di voce al bigliettario chje troneggiava dentro alla sua postazione, sicuro e inesorabile. "Quanto?"
"Due poltrone? Vicine? Bene. Siete fortunati, abbiamo ancora la terza fila. Numeri 8 e 9. Sessantacinque e venti, a testa".
"Eh?"
Quella sera Gianni ed Elina non entrarono mai al Teatro Regio, poiché egli aveva in tasca soltanto uno stramaledetto pezzo da cinquanta. Cercò in ogni modo di trascinarsi fuori da quella situazione nella maniera meno umiliante possibile, ringraziando il bigliettario e allontanandosi senza fornire spiegazioni dirette, quasi trascinando con sé Elina, che nel frattempo lo guardava con aria imperiosa. Si ritrovarono in un angolo deserto della piazzetta, e a Gianni sembrà che anche la Mole lo guardasse con infinita commiserazione. Anche Elina continuava a guardarlo con fare meravigliato, in attesa impaziente di una sua spiegazione. Lui le parlò con calma, con un filo di vera tristezza nella voce.
"Elina, ascoltatemi, vi prego. Non sono ricco come ho voluto farvi credere. Non posseggo sfacciati bigliettoni o carte scintillanti. Quelli che avete visto ieri? Ecco, lo confesso: non erano miei. Un mio amico, Roberto, presidente di un'industria, me li aveva dati per fare un assegno bancario. Ha avuto sempre molta fiducia in me. Povero ma onesto, fino alle lacrime. Pazienza. Io? Che cosa faccio? Lavoretti saltuari. Piccole cose che mi consentono di vivere modestamnte".
Silenzio. La piazzetta era sempre deserta. Ma ecco, una macchina passò vicino a loro, quasi sfiorandoli, fermandosi poco lontano. Ne scese un uomo, alto, aitante: il suo amico Stefano.
"Eccolo", sussurrò colpito. "Eccolo quel mio amico di cui parlavo. E' lui il fortunato proprietario di quei soldi. Stefano... ricordo che da bambino non era che uno scimunito. E invece ora..."
Elina lo guardò. Gianni insistette: "Elina, conosco un bel locale in periferia. Vi offrirò qualcosa da bere, lì poi hanno sempre della buona musica e..."
Improvvisamente si accorse che Elina non lo ascoltava. Lo guardava invece distrattamente. All'improvviso sorrise: ma per Gianni fu quasi uno spavento. Il sorriso era accompagnato da due occhi freddi, lontani. Lo stava giudicando. Poi la giovane donna si passò una mano sulla fronte.
"Ho una forte emicrania", disse con voce indifferente. "Non mi sento bene. Devo andare."
Gianni cercò di nascondere la sua delusione e la profonda tristezza che stava per abbattera le mura che difendevano a stento il suo stato d'animo. Ecco, non le interesso più. Ma Elina continuò.
"Senti, potremmo rivederci domani sera. Va bene? Stesso posto, stessa ora."
Il giovane uomo si sentì quasi risorgere: il suo corpo fu pervaso da una nuova, sensazionale scarica di energia positiva. Sì! Sono ancora in corsa!
"Ti ringrazio per la serata. Prenderò un taxi per rientrare, così in pochi minuti sarò a casa. Buona notte, a domani".
Questo mio amico, Stefano, direttore d'una industria d'acciaio, è continuamente e diabolicamente indaffarato. Clienti, officine, operai, tratte, sconti, forniture. E milioni: tanti milioni.
Vuoi farmi questo piacere?"
"Sentiamo".
"Tieni questi biglietti da cinquanta. Non spalancare gli occhi. So quello che pensi in questo momento: Ah, se fossero i miei! E invece non sono tuoi. Beh, corri in banca. Fammi un assegno circolare da cinquecento, intestato a questo nome. Mettilo in questa bura e spedisci per assicurata. Hai ben capito? Ho una fretta spaventosa: un ordine improvviso: fra dieci minuti devo partire per Bologna. E fatti vedere, una di queste sere, a casa mia. Ricordatene. E mi raccomando l'assegno e l'assicurata. Ciao. Arrivederci".
Rimise in moto la macchina e scomparve.
Piazza Castello era ovattata di nebbia. Le undici del mattino. Una giornata tediosa. Gianni non sapeva dove andare. E lo infastidiva tutta questa gente che gli passava vicino, che lo urtava, che correva, si affannava. In galleria pochissima gente. Soliti gruppetti d'artisti; qualche parola scritta e riscritta sui muri; soliti ragazzini a spasso e non a scuola.
L'aria era grigia e sporca. Ma nel grande bar dove Gianni entrò, l'atmosfera era diversa. C'erano i paralumi d'un color rosa confetto, le poltrone invitanti, un silenzio piacevole, ch3e offriva conforto e raccoglimento.
"Un campari".
Dal suo postici d'angolo, Gianni vedeva un pezzo dell'ottagono della galleria. Una libreria sbandierava le ultime novità editoriali. Un'agenzia di viaggi decantava le vacanze più belle. Dieci giorni a Zanzibar. Una settimana a Vienna. Maggio a Malindi...
Improvvisamente una giovane donna fece il suo ingresso, lasciando dietro di sé una scia di buon profumo; sedette al tavolino accanto al suo. Una tipa interessante, una tipa... deliziosa: ecco l'aggettivo esatto. Aveva una giacca lunga grigioperla, fliente, come s'usavano all'epoca; un cappellino strano, molto piatto, che assomigliava...
Gianni rinunciò al paragone: ad ogni modo, le stava molto bene. Il viso era davvero d'un ovale perfetto; gli occhi vellulati, come quelli d'una gazzella: benché in vita sua non avesse mai visto una gazzella.
La guardò attentamente. Nulla. Sembrava non essersi accorta della sua modesta presenza. Aveva preso dalla borsa un magnifico astuccio e si era accesa una sigaretta fatta a mano. Sì: lo ammalinconiva, ecco. Pensava che nella sua breve o lunga vita non avrebbe mai avuto una donna simile. Ed era davvero disgustato dalle avventurette con donne insignificanti. Desiderava avere una bellissima donna al suo fianco; una donna che indossasse un magnifico abito all'ultima moda; scarpe bellissime; un cappellino grazioso. Una donna, insomma, profumata, vivace, istruita. E invece, nulla. Per consolarsi, Gianni guardava allora la donna elegenatissima che prendeva il suo caffè con mosse da regina di corte. Che donna. Aveva le mani bianchissime, soffici; le unghie scarlatte, certe labbra e certi denti bianco splendenti...
Gianni tossicchiò. Si curvò un po' verso di lei, tentando anche un sorrisetto. Nulla. Poi lo onorò d'uno sguardo indifferente, gelido, che li disarmò. Gianni siguardava istintivamente nello specchio che aveva di fronte. Era palliduccio anzichenò; la sua cravatta non era più nuova, era evidente; il suo abito non era proprio all'ultimo grido; e la sciarpa che l'avvolgeva negligentemente il collo, per esempio, era un po' sbiadita. Tutti questi particolari li notava soltanto ora, in quell'ambiente di lusso. Naturalmente.
"Cameriere".
Un'idea bislacca. Voleva pagare con uno di quei bigliettoni da cinquanta del suo amico Roberto. Dieci biglietti da cinquanta. Una piccola ricchezza. Sfogliò negligentemente il mazzetto, ne prese uno con suprema noncuranza e lo gettò teatralmente sul tavolino. Il cameriere s'inchinò: potenza odiosa del danaro.
Oh, oh! Anche la bellissima donna, se ne accorse immediatamente, aveva lanciato uno sguardo dalla sua parte; prima con noncuranza, poi con estrema attenzione. Il suo viso s'era come raddolcito; un impercettibile sorriso aveva stirato le sue labbra purpuree. Lo guardava con amabilità, ora. Gianni ne approfittò. Arrischiò una frase, sciocca purtroppo: ma in quel momento non ne aveva altre a sua disposizione.
"Fuori c'è un'aria davvero gelida".
"Sì. E questa nebbia, poi, che immerge la città in uno smisurato bicchiere di latte, è odiosa".
Parlava bene. Bellissima la similitudine del bicchiere di latte. L'accento tuttavia tradiva le sue origini: non appariva italiana. Forse dell'est... anzi, nordica. Ma questo non aveva importanza: quella voce era deliziosa, da contralto; denti madreprlacei e labbra sensuali.
"Permettete?"
Quando una persona ha fogli da cinquanta in tasca può permettersi qualsiasi atto, anche se condannato severamente dalle rigide regole della galanteria. Si sedette vicino a lei. La fissò lentamente negli occhi.
"Il sole..." mormorò, "verso mezzogiorno è come un bimbo malato. Guardate lassù gli effetti di luce".
"Certamente".
Uscirono. Era alta e camminava ondulando sulle anche nervose. Sguardi astiosi delle donne; di ammirazione dei giovincelli. Crepate tutti, pensò. Comminarono. Vie del centro. Si chiamava Elina e viveva a Torino da un paio di mesi, sola, in un appartamento in un quartiere elegante. Parlava con estrema grazia.
"Torino è una bellissima città. Peccato che il clima d'oggigiorno..."
"Ma la sera," disse subito Gianni, "la sera ci sono i locali scintillanhti di luce. E la Mole Antoneliana a vegliare sulla città."
Gianni arrischiò poi una domanda che lo premeva sulle labbra:
"E se vi chiedessi di rivedervi ancora, domani sera, per esempio? Alle nove, all'ingresso della galleria".
Elina rise, minacciandolo scherzosamente col dito.
"Provate a chiedermelo. Chissà?"
L'indomani sera, alle nove, all'ingresso della galleria, Gianni quasi non ci credette: Elinia arrivò, ancora più bella ed elegante, con quei lunghi capelli mossi di un biondo splendente.
"Puntuale?"
"Puntualissima. E sono felice. Tutt'oggi è stato un tormento per me. La vostra deliziosa immagine m'ha perseguitato come un creditore, come un ufficiale giudiziario".
La similitudine, come a tutti quelkli che non avevano mai avuto a che fare con un ufficiale giudiziario, la fece ridere di cuore.
"Dove si va'" chiese, guarandosi attorno.
Poche storie: aveva in tasca solamente un miserabile pezzo da cinquanta. Quella mattina, dopo il piacevole incontro al bar, era dovuto andare in banca per rispettare il favore che aveva promesso al suo amico Roberto. Ora, quella sera, Gianni non poteva più sfogare una presunta ricchezza. Aveva attinto da parte dei suoi risparmi, ma non poteva fare di più. La prospettiva di un nuovo lavoro era ancora troppo lontana.
Quella sera avrebbe dovuto improvvisare, in qualche modo. Cercò di attrarre la bionda Elina in un locale modesto.
"Se andassimo", disse con un vocino da telefono, "se andassimo al cinema? C'è questo nuovo film..."
"No", rispose decisa. "Ci sono state di recente, nessun film che ne valesse la pena. Quindi neanche per sogno. Andiamo invece al Teatro Regio, c'è una bellissima opera. Andiamo?"
E sia! Andiamo, per tutti gli dèi. Al Teatro Regio! pensò Gianni assecondando i desideri della giovane donna. Poi però si mise a riflettere: Oddio. Non c'era mai stato. Che prezzi vi praticavano? E poi: quali posti? Ma inarrestabile Elina lo tolse da ogni incertezza.
"Prendiamo due poltrone tra le prime fila. Voglio vedere da vicino gli abiti di scena".
"Due poltrone tra le prima fila, se possibile", chiese con un soffio di voce al bigliettario chje troneggiava dentro alla sua postazione, sicuro e inesorabile. "Quanto?"
"Due poltrone? Vicine? Bene. Siete fortunati, abbiamo ancora la terza fila. Numeri 8 e 9. Sessantacinque e venti, a testa".
"Eh?"
Quella sera Gianni ed Elina non entrarono mai al Teatro Regio, poiché egli aveva in tasca soltanto uno stramaledetto pezzo da cinquanta. Cercò in ogni modo di trascinarsi fuori da quella situazione nella maniera meno umiliante possibile, ringraziando il bigliettario e allontanandosi senza fornire spiegazioni dirette, quasi trascinando con sé Elina, che nel frattempo lo guardava con aria imperiosa. Si ritrovarono in un angolo deserto della piazzetta, e a Gianni sembrà che anche la Mole lo guardasse con infinita commiserazione. Anche Elina continuava a guardarlo con fare meravigliato, in attesa impaziente di una sua spiegazione. Lui le parlò con calma, con un filo di vera tristezza nella voce.
"Elina, ascoltatemi, vi prego. Non sono ricco come ho voluto farvi credere. Non posseggo sfacciati bigliettoni o carte scintillanti. Quelli che avete visto ieri? Ecco, lo confesso: non erano miei. Un mio amico, Roberto, presidente di un'industria, me li aveva dati per fare un assegno bancario. Ha avuto sempre molta fiducia in me. Povero ma onesto, fino alle lacrime. Pazienza. Io? Che cosa faccio? Lavoretti saltuari. Piccole cose che mi consentono di vivere modestamnte".
Silenzio. La piazzetta era sempre deserta. Ma ecco, una macchina passò vicino a loro, quasi sfiorandoli, fermandosi poco lontano. Ne scese un uomo, alto, aitante: il suo amico Stefano.
"Eccolo", sussurrò colpito. "Eccolo quel mio amico di cui parlavo. E' lui il fortunato proprietario di quei soldi. Stefano... ricordo che da bambino non era che uno scimunito. E invece ora..."
Elina lo guardò. Gianni insistette: "Elina, conosco un bel locale in periferia. Vi offrirò qualcosa da bere, lì poi hanno sempre della buona musica e..."
Improvvisamente si accorse che Elina non lo ascoltava. Lo guardava invece distrattamente. All'improvviso sorrise: ma per Gianni fu quasi uno spavento. Il sorriso era accompagnato da due occhi freddi, lontani. Lo stava giudicando. Poi la giovane donna si passò una mano sulla fronte.
"Ho una forte emicrania", disse con voce indifferente. "Non mi sento bene. Devo andare."
Gianni cercò di nascondere la sua delusione e la profonda tristezza che stava per abbattera le mura che difendevano a stento il suo stato d'animo. Ecco, non le interesso più. Ma Elina continuò.
"Senti, potremmo rivederci domani sera. Va bene? Stesso posto, stessa ora."
Il giovane uomo si sentì quasi risorgere: il suo corpo fu pervaso da una nuova, sensazionale scarica di energia positiva. Sì! Sono ancora in corsa!
"Ti ringrazio per la serata. Prenderò un taxi per rientrare, così in pochi minuti sarò a casa. Buona notte, a domani".
La bocca
E' inutile illustrare l'importanza che la bocca ha nel volto: ogni donna interrogando il proprio specchio s'arresta sempre a considerarla, cercando di migliorarla con tutti gli artifici a lei consentiti.
Il colorito delle labbra dipende soprattutto dallo stato della salute e dalla qualità dei tessuti dermici.
Alla volte alterano la tinta e la freschezza naturale delle labbra alcune brutte abitudini: ad esempio passarsi ogni momento la lingua sulle labbra stesse o mordicchiandole coi denti: in tal modo s'irrita e si lacera la sottile cuticola, la bocca diventa tumefatta, scabra, di un brutto colore, mentre il contatto con l'aria fredda provoca subito delle screpolature.
Le alterazioni delle labbra più facili a prodursi, specialmente durante l'inverno, sono appunto le screpolature che dipendono generalmente dallo stato di aridità della mucosa prodotto o dal vento o dall'uso di certi dentifrici, contenenti antisettici irritanti.
Contro la secchezza e le screpolature può bastare come mezzo preventivo l'uso di una pomata al burro di cacao spalmata con parsimonia sulle labbra. Come mezzo curativo, per le persone che vanno soggette a questo inconveniente, solo in via di eccezione, è utile la glicerina. Per chi invece soffre abitualmente dell'alterazione in parola, la glicerina non è consigliabile, perché, ripetutamente applicata alle labbra, le rende opache, le anemizza, diminuisce la loro elasticità sfiorendole anzi tempo.
Consiglio invece la seguente forma:
Cera vergine gr. 10 - olio di mandorle dolci gr. 30 - tintura di benzoino gr. 4.
L'uso del rossetto deve essere fatto con qualche precauzione, e cioè servendosi di prodotti fini e garantiti, ma ritengo inutile dar qui ricette, poiché ogni lettrice ha già il suo rossetto preferito, a cui difficilmente rinuncerà. In genere fra le matite per le labbra, sono da preferirsi quelle d'una tinta moderata, poiché un colore troppo vivido non è mai signorile. Naturalmente, vi sono dei volti sui quali una bocca rossa sta bene, ma bisogna provare e riprovare prima di adottare una tinta.
Quando si usano i rossetti alle labbra bisogna ogni sera addolcire con un unguento, affinché il colore artificiale a lungo andare non dissecchi e avvizzisca la cuticola tanto sottile e delicata. Una pomata al burro di cacao; basta per solito a neutralizzare gli effetti del rossetto e se vi fosse qualche screpolatura, converrà spalmarvi, prima di andare a letto, un po' di miele rosato. Vi sono persone che, senza colorire artificialmente le labbra, le hanno per natura aride, e che toglie loro la levigatezza e quell'umida freschezza che le rende tanto belle: inoltre le labbra asciutte, appaiono per lo più increspate e d'un color violaceo.
Contro l'aridità si farà, alla sera, una lunga, leggere frizione colla pomata canforata, lasciandovela per dieci minuti, trascorsi i quali, si asciugherà la bocca, spalmandola poi con una miscela d'acqua di rose e glicerina in parti uguali.
Un piccolo male fastidioso che altera la bellezza del labbro, è quell'eruzione che si chiama comunemente herpes. L'herpes labiale è solitamente causato da un virus (Herpes simplex) che può essere contratto in seguito a contatti fisici (baci, saliva, ecc.) con persone già infette. Il virus può rimanere latente per molto tempo prima di manifestarsi, a causa di vari fattori. Molte persone vanno soggette a questa noioso e antiestetica fioritura. Purtroppo si tratta di una malattia cronica e non può essere debellata in modo definitivo: esistono tuttavia trattamenti lenitivi. Oltre ovviamente a seguire i consigli e le tipologie di farmaci raccomandati dal vostro medico, nel mio piccolo posso suggerire un vecchio metodo della nonna, ossia toccare leggermente l'eruzione con dell'allume in polvere.
Benché meno visibili, anche le gengive hanno importanza nella bellezza della bocca, specialmente quando, ridendo, si scoprono facilmente. Anch'esse devono essere rosa, sode e sane in tal modo meglio risalta ilc andore dei denti mantenendoli bene incstrati nei loro alveoli. Le gengive pallide o spugnose rivelano un organismo debole soggetto ad anemia, clorosi ed anche a diabete.
Si ricerchi anzitutto la causa nascosta, invece di curare unicamente la parte.
Scoperto il motivo dell'alterazione si curi localmente la mucosa con infusi di foglie di genziana e di altre piante astringenti, masticando, se è possibile, quella speciale erba detta crescione ed anche scorza di cannella. Altrimenti si può usare un colluttorio a base di tannino e di iodio, così facendo si eviterà lo scalzarsi dei denti.
Il colorito delle labbra dipende soprattutto dallo stato della salute e dalla qualità dei tessuti dermici.
Alla volte alterano la tinta e la freschezza naturale delle labbra alcune brutte abitudini: ad esempio passarsi ogni momento la lingua sulle labbra stesse o mordicchiandole coi denti: in tal modo s'irrita e si lacera la sottile cuticola, la bocca diventa tumefatta, scabra, di un brutto colore, mentre il contatto con l'aria fredda provoca subito delle screpolature.
Le alterazioni delle labbra più facili a prodursi, specialmente durante l'inverno, sono appunto le screpolature che dipendono generalmente dallo stato di aridità della mucosa prodotto o dal vento o dall'uso di certi dentifrici, contenenti antisettici irritanti.
Contro la secchezza e le screpolature può bastare come mezzo preventivo l'uso di una pomata al burro di cacao spalmata con parsimonia sulle labbra. Come mezzo curativo, per le persone che vanno soggette a questo inconveniente, solo in via di eccezione, è utile la glicerina. Per chi invece soffre abitualmente dell'alterazione in parola, la glicerina non è consigliabile, perché, ripetutamente applicata alle labbra, le rende opache, le anemizza, diminuisce la loro elasticità sfiorendole anzi tempo.
Consiglio invece la seguente forma:
Cera vergine gr. 10 - olio di mandorle dolci gr. 30 - tintura di benzoino gr. 4.
L'uso del rossetto deve essere fatto con qualche precauzione, e cioè servendosi di prodotti fini e garantiti, ma ritengo inutile dar qui ricette, poiché ogni lettrice ha già il suo rossetto preferito, a cui difficilmente rinuncerà. In genere fra le matite per le labbra, sono da preferirsi quelle d'una tinta moderata, poiché un colore troppo vivido non è mai signorile. Naturalmente, vi sono dei volti sui quali una bocca rossa sta bene, ma bisogna provare e riprovare prima di adottare una tinta.
Quando si usano i rossetti alle labbra bisogna ogni sera addolcire con un unguento, affinché il colore artificiale a lungo andare non dissecchi e avvizzisca la cuticola tanto sottile e delicata. Una pomata al burro di cacao; basta per solito a neutralizzare gli effetti del rossetto e se vi fosse qualche screpolatura, converrà spalmarvi, prima di andare a letto, un po' di miele rosato. Vi sono persone che, senza colorire artificialmente le labbra, le hanno per natura aride, e che toglie loro la levigatezza e quell'umida freschezza che le rende tanto belle: inoltre le labbra asciutte, appaiono per lo più increspate e d'un color violaceo.
Contro l'aridità si farà, alla sera, una lunga, leggere frizione colla pomata canforata, lasciandovela per dieci minuti, trascorsi i quali, si asciugherà la bocca, spalmandola poi con una miscela d'acqua di rose e glicerina in parti uguali.
Un piccolo male fastidioso che altera la bellezza del labbro, è quell'eruzione che si chiama comunemente herpes. L'herpes labiale è solitamente causato da un virus (Herpes simplex) che può essere contratto in seguito a contatti fisici (baci, saliva, ecc.) con persone già infette. Il virus può rimanere latente per molto tempo prima di manifestarsi, a causa di vari fattori. Molte persone vanno soggette a questa noioso e antiestetica fioritura. Purtroppo si tratta di una malattia cronica e non può essere debellata in modo definitivo: esistono tuttavia trattamenti lenitivi. Oltre ovviamente a seguire i consigli e le tipologie di farmaci raccomandati dal vostro medico, nel mio piccolo posso suggerire un vecchio metodo della nonna, ossia toccare leggermente l'eruzione con dell'allume in polvere.
Benché meno visibili, anche le gengive hanno importanza nella bellezza della bocca, specialmente quando, ridendo, si scoprono facilmente. Anch'esse devono essere rosa, sode e sane in tal modo meglio risalta ilc andore dei denti mantenendoli bene incstrati nei loro alveoli. Le gengive pallide o spugnose rivelano un organismo debole soggetto ad anemia, clorosi ed anche a diabete.
Si ricerchi anzitutto la causa nascosta, invece di curare unicamente la parte.
Scoperto il motivo dell'alterazione si curi localmente la mucosa con infusi di foglie di genziana e di altre piante astringenti, masticando, se è possibile, quella speciale erba detta crescione ed anche scorza di cannella. Altrimenti si può usare un colluttorio a base di tannino e di iodio, così facendo si eviterà lo scalzarsi dei denti.
sabato 17 novembre 2012
L'illusione perduta
Nell'entrare nel salone del Grande Albergo, dov'era giunta quella mattina, Elina credeva che vi regnasse ancora la calma. E invece vi si ballava da un pezzo, animatamente. Simona Ariosto, gloriosa cantante in riposo, aveva già esaurito con un do di petto da campanello la sua esibizione e, seduta ora sotto un arco di porta, cercava di rendersi utile come meglio poteva alla direzione, che le offriva sei mesi all'anno di pensione gratuita. A pranzo, poco prima, lei aveva scambiato con Elina, da un tavolino all'altro, le solite vaghe chiacchiere che sono le prime d'una amicizia d'albergo. Svedese? Giunta a Torino da Östersund? E perché di passaggio? Parigi, in aprile, era troppo fredda ancora... che andava a fare a Parigi? Meglio Torino.Adesso, rivedendo nel salone la sua vicina di tavola e accorgendosi che, volte le spalle, stava per uscirne non appena entrata, l'aveva salutata con un sorriso e poi chiamate a sé con un cenno.
"Non vi piace danzare?"
Elina non mentì. Avrebbe potuto rispondere che, stanca del viaggio, preferiva ritirarsi per tempo quella sera. Ma ebbe timore d'arrossire e di denunciare così il rammarico della sua forzata rinuncia. Rispose la verità: che non aveva conoscenze in albergo. Ma nascose un'altra verità, quella che nessuna donna confessa neanche a sé stessa, nel vedersi esclusa da una preferenza accordata ad altre: che veniva da poco da una terribile relazione e di ritenersi assai sciupata fisicamente...
Ma già l'occhio della cantante aveva fermato a distanza qualcuno, e l'attraeva, magnetico, nel'orbita della sua voluminosa persona.
"La signorina Elina Strömberg... Monsieur Rinaldi, il nostro simpaticissimo addetto..."
Il giovinetto s'inchinò, invitandola. Era alto, bello, elegante, inguantato nella sua marsina come un antico, perfetto figurino. Addetto a cosa? La signora Ariosto aveva omesso di dirlo, o forse lei non aveva sentito bene; ma certo l'elegenza del vestire e la correttezza dei modi denunciavano in lui il gentiluomo. E come ballava bene!
Mentre la musica strappava altre coppie qua e là per poi riunirle in uno stretto cerchio come fa con le foglie il vento d'autunno, Elina, fra le sue braccia, si sentiva lieve come una boccata di fumo in un'aria tranquilla. Ondeggiava. Svaniva un poco. Si ricomponeva in spire sinuose. E saliva, saliva...
Da quanto tempo non ballava più? Da un anno e mezzo certamente. Ne avrebbe compiuti trenta entro pochi giorni. Dopo che ad Oslo, ad un ricevimento, s'era rifiuata d'accettare un invito al ballo, Elina aveva disertato ogni attività mondana e s'era chiusa nella tetra malinconia di quei suoi viaggi solitari attraverso l'Europa, trascinando da una città all'altra il vuoto della sua sterile vita e il freddo del suo cuore senza un palpito solo.
Finito quel primo giro, Elina avrebbe voluto rivedere la cantante, per ringraziarla e salutarla prima di risalire; ma, vedendola circondata da altri, sicuramente ammiratori ed illustri personaggi, non osò avvicinarsi. E poiché intanto quel bel Rinaldi era ancora lì fermo ad aggiustarsi la gardenia all'occhiello, come se desideroso di fare un altro giro con lei ed incerto se chiederlo o no, Elina si fece ardita per lui e s'invitò da sé. Sapeva di ballare anche lei molto bene. Non voleva illudersi. Non voleva attribuirlo ad altro.
Ma ciò le dava già una sicurezza.
Al quarto giro, poiché continuavano sempre a ballare insieme, lei gli chiese, sorridendo, in perfetto italiano:
"Faremo dunque coppia fissa stasera?"
Anch'egli le sorrise, pur senza risponderle; e lei ne fu così felice che non esitò ad essere anche un po' maligna... vedeva lì, seduta accanto alla madre, una fanciulla bellissima, che nessuno ancora invitava, e fece di tutto per passarle accanto, per attrarne lo sguardo, per esserne veduta e invidiata fra le braccia del suo bel cavaliere...
Verso l'una di notte, finito il ballo e congedatasi da lui, Elina uscì a respirare all'aperto. Aveva bisogno di aria, di cielo, di stelle. Ve ne erano tante lassù: tutta una limatura, infinite. E la notte era tiepida. E vampe d'aromi giungevano dai giardini circostanti, quasi stordendola.
Non passeggiò. Era stanca e le decolté avevano messo a dura prova i suoi piedi. Sedette su una panchina posta sotto un tiglio, in uno dei viali dei due grandi giardini che offriva l'albergo. Era pressoché deserto a quell'ora, la tranquillità regnava sovrana. Elina si strinse un poco nella giacca, rabbrividendo un po' per una brezza che s'era levata leggera. Intorno era buio, solamente qualche lampione posto qua e là offriva la sua luce come punto di riferimento.
Perché non aveva chiesto al Rinaldi di uscire a prendere una boccata d'aria con lei? Vedeva di tanto in tanto altre coppie passarle accanto, sparire; e si rammaricava adesso di non essere più accompagnata. Certo, non poteva pretendere che lui le facesse quella proposta; ma forse il desiderio in lui c'era, poiché nell'aiutarla a indossare la giacca, s'era ancora indugiato lì accanto, come aveva fatto dopo il primo giro, in un'attesa che non chiedeva altro che di essere compresa ed esaudita. Avrebbe dovuto farsi lei, anche questa volta, un po' ardita. Perché non l'aveva fatto? Colpa sua dunque; o meglio, colpa di un'educazione troppo rigida ed ormai sorpassata, che l'obbligava a quei continui ritegni che allontavano le persone, anziché incoraggiarle.
Non voleva illudersi, con questo, che l'addetto Rinaldi nutrisse già qualche interesse per lei. Ma l'assiduità di quella sera poteva anche essere il segno d'una nascente simpatia. Forse, se l'avesse accompagnata lì fuori, egli non avrebbe mancato di manifestarle questo suo sentimento. Forse anche, fatto ardito dall'oscurità, le avrebbe detto cose non mai udite da lei; avrebbe steso un braccio; avrebbe cercato di carpirle una mano...
D'un tratto sussultò. Le ali di una farfalla notturna le avevano sfiorato una guancia, ridestandola da quel torpore di fantasia nella quale si era racchiusa. E si alzò allora di scatto per rientrare in albergo, quasi per cercarvi rifugio.
Rientrata nella sua stanza, per prima cosa si disfò dei tacchi gettandoli con noncuranza sul pavimento, quasi a volerli punire per la stanchezza accumulata nella serata. Con molta più cura si tolse l'abito, lungo e di un blu vellutato, dimostrando verso di esso una sorta di riverenza. Dopo un rapido strucco e una doccia rigenerante, si lasciò avvolgere dalla sua camicia da notte e si gettò nel letto, speranzosa di essere accolta presto alla reggia di Morfeo. Tuttavia, per lunghe ore non riuscì a chiudere occhio. In una ridda d'impressioni, di pensieri, di propositi nuovi, si faceva alcune domande alle quali non sapeva rispondere ancora. Perché, per esempio, quel desiderio di non ripartire più l'indomani mattina, se aveva già fissata la stanza a Parigi? Forse per le parole della Ariosto, che l'aveva avvertita che per Parigi non era ancora la buona stagione?
L'indomani, nella tarda mattinata, scesa nel vestibolo dell'albergo, Elina si avvide nello scorgere che molti uscivano dalla sala da pranzo e si sedevano ai tavoli disposti lì intorno per sorbirvi il caffè di dopo colazione. Ma lei non s'era addormentata che all'alba. Aveva dormito un sonno riparatore. E si sentiva fresca adesso, leggera, felice. I sentimenti della sera innanzi le si erano ancorati nel cuore con tutte le catene della passione.
La signora Ariosto la salutò dalla strada. Nella potente macchina d'una famiglia torinese andava in gita. Le gridò, agitando le braccia:
"Un saluto, signorina Strömberg! E buon viaggio. Spero abbia gradito il servizio!"
"Come?" il rumore del mezzo le impedì di sentire tutta la frase.
"Devo partire, mia cara, mi spiace. Chissà che non ci si incroci di nuovo, a Parigi... e la prossima volta..."
Le altre parole si perdettero, sovrastate dal fragore della macchina che si slancioava a divorare la strada. Nella nube azzurrognola dello scappamento aperto si videro però ancore le due braccia poderose della cantante agitarsi al saluto.
Elina non ebbe un solo attimo d'esitazione. Andata in segreteria, chiese di pagare il suo conto, avvertendo che sarebbe partita per Parigi nel pomeriggio. Era ormai più che ferma nel proposito di rincorrerla, dovunque, la sua nuova felicità, di non lasciarsela più sfuggire di mano.
"Ci sarebbe poi quest'altro piccolo conto da regolare..." le disse il segretario, mentre lei stava per uscire.
"Quale conto?"
"Il signor Rinaldi, il nostro addetto al ballo, ha finito ieri sera i suoi impegni, sicché..."
Elina si sentì agghiacciare.
"La signorina forse non sapeva?"
"Oh, sì... sapevo..." balbettò lei, mal riuscendo a nascondere il suo disappunto. "Sapevo benissimo... ma ero incerta..."
"Sul modo come regolarsi?"
"Ecco. Volevo anzi chiederne stamane alla signora Ariosto..."
"Di solito si dà immediatamente una mancia. Ma c'è anche una tariffa..."
E il segretario guardò nel suo taccuino.
"Cinque giri, non è vero?"
Elina sentì che le mancava il fiato.
"Cinque, sì, credo..." mormorò, cercando di dare alle sue parole un tono distratto e ridandosi intanto un po' di lucidalabbra.
"Rinaldi balla molto bene..." sorrise il segretario. "Ma certo sarebbe una bella cosa per lui, se potesse trovare ogni sera delle clienti così belle e affezionate alla danza..."
Elina tagliò corto.
"Quanto per ogni giro?"
"Dai venti ai cinquanta, di solito..."
Pagò. Ma, uscita che fu dalla segreteria, più che della rovina in cui era stato seppellito il suo sogno, ciò di cui più si dolse con se stessa fu d'aver messo a nudo un sentimento di cui era tanto gelosa, di aver fatto capire il suo inganno, di essersi esposta ancora una volta allo scherno altrui.
Ne arrossiva di collera, adesso.Se ne rimproverava come d'una colpa. Di avere pagato il prezzo della sua estasi coreografica non le rincresceva affatto. Ma non si rassegnava all'idea di essersi così esposta all'altrui commiserazione.
S'avviò per uscire. Ma dove andava adesso? Non sapeva più. Si arrestò sulla soglia. La mattinata era luminosa di sole, di chiarità, di letizia. Mandando bagliori dalla sua biancheggiante carrozzeria, una grossa auto di lusso s'avviava lungo la strada, lasciandosi dietro una piccola colonna di fumo. Racchette sulla spalla,
una giovane coppia s'avviava verso il tennis; un'altra rientrava parlandosi sommessamente, gli occhi negli occhi, dicendosi senza dubbio parole d'affetto...
Sempre lì immobile, non sapendo più che pensare, che fare, Elina non sentiva che collera. Si consumava in quella segreta sua rabbia come una candela accesa in una corrente d'aria. E solo i suoi occhi continuavano spietatamente a vedere. Lì dirimpetto, sotto quel tiglio, lei si era concessa una fantasia inebriante che l'aveva distaccata dalla realtà. Ricordava tutto. Il profumo della notte tiepida, l'incanto dell'immenso giardino tranquillo, le ali della farfalla... e un solo rammarico non aveva più: quello di non aver chiesto a Rinaldi d'accompagnarla lì fuori. Almeno quello se lo era risparmiato, considerando tutto. Chissà? Su un taccuino d'appunti, annotato da un segretario di albergo per esserle ricordato prima che ripartisse, il primo bacio della sua nuova vita sarebbe stato forse segnato anch'esso ad un prezzo d'affezione e saldato in calce con una marca da bollo.
Baci baci.
Michaela
"Non vi piace danzare?"
Elina non mentì. Avrebbe potuto rispondere che, stanca del viaggio, preferiva ritirarsi per tempo quella sera. Ma ebbe timore d'arrossire e di denunciare così il rammarico della sua forzata rinuncia. Rispose la verità: che non aveva conoscenze in albergo. Ma nascose un'altra verità, quella che nessuna donna confessa neanche a sé stessa, nel vedersi esclusa da una preferenza accordata ad altre: che veniva da poco da una terribile relazione e di ritenersi assai sciupata fisicamente...
Ma già l'occhio della cantante aveva fermato a distanza qualcuno, e l'attraeva, magnetico, nel'orbita della sua voluminosa persona.
"La signorina Elina Strömberg... Monsieur Rinaldi, il nostro simpaticissimo addetto..."
Il giovinetto s'inchinò, invitandola. Era alto, bello, elegante, inguantato nella sua marsina come un antico, perfetto figurino. Addetto a cosa? La signora Ariosto aveva omesso di dirlo, o forse lei non aveva sentito bene; ma certo l'elegenza del vestire e la correttezza dei modi denunciavano in lui il gentiluomo. E come ballava bene!
Mentre la musica strappava altre coppie qua e là per poi riunirle in uno stretto cerchio come fa con le foglie il vento d'autunno, Elina, fra le sue braccia, si sentiva lieve come una boccata di fumo in un'aria tranquilla. Ondeggiava. Svaniva un poco. Si ricomponeva in spire sinuose. E saliva, saliva...
Da quanto tempo non ballava più? Da un anno e mezzo certamente. Ne avrebbe compiuti trenta entro pochi giorni. Dopo che ad Oslo, ad un ricevimento, s'era rifiuata d'accettare un invito al ballo, Elina aveva disertato ogni attività mondana e s'era chiusa nella tetra malinconia di quei suoi viaggi solitari attraverso l'Europa, trascinando da una città all'altra il vuoto della sua sterile vita e il freddo del suo cuore senza un palpito solo.
Finito quel primo giro, Elina avrebbe voluto rivedere la cantante, per ringraziarla e salutarla prima di risalire; ma, vedendola circondata da altri, sicuramente ammiratori ed illustri personaggi, non osò avvicinarsi. E poiché intanto quel bel Rinaldi era ancora lì fermo ad aggiustarsi la gardenia all'occhiello, come se desideroso di fare un altro giro con lei ed incerto se chiederlo o no, Elina si fece ardita per lui e s'invitò da sé. Sapeva di ballare anche lei molto bene. Non voleva illudersi. Non voleva attribuirlo ad altro.
Ma ciò le dava già una sicurezza.
Al quarto giro, poiché continuavano sempre a ballare insieme, lei gli chiese, sorridendo, in perfetto italiano:
"Faremo dunque coppia fissa stasera?"
Anch'egli le sorrise, pur senza risponderle; e lei ne fu così felice che non esitò ad essere anche un po' maligna... vedeva lì, seduta accanto alla madre, una fanciulla bellissima, che nessuno ancora invitava, e fece di tutto per passarle accanto, per attrarne lo sguardo, per esserne veduta e invidiata fra le braccia del suo bel cavaliere...
Verso l'una di notte, finito il ballo e congedatasi da lui, Elina uscì a respirare all'aperto. Aveva bisogno di aria, di cielo, di stelle. Ve ne erano tante lassù: tutta una limatura, infinite. E la notte era tiepida. E vampe d'aromi giungevano dai giardini circostanti, quasi stordendola.
Non passeggiò. Era stanca e le decolté avevano messo a dura prova i suoi piedi. Sedette su una panchina posta sotto un tiglio, in uno dei viali dei due grandi giardini che offriva l'albergo. Era pressoché deserto a quell'ora, la tranquillità regnava sovrana. Elina si strinse un poco nella giacca, rabbrividendo un po' per una brezza che s'era levata leggera. Intorno era buio, solamente qualche lampione posto qua e là offriva la sua luce come punto di riferimento.
Perché non aveva chiesto al Rinaldi di uscire a prendere una boccata d'aria con lei? Vedeva di tanto in tanto altre coppie passarle accanto, sparire; e si rammaricava adesso di non essere più accompagnata. Certo, non poteva pretendere che lui le facesse quella proposta; ma forse il desiderio in lui c'era, poiché nell'aiutarla a indossare la giacca, s'era ancora indugiato lì accanto, come aveva fatto dopo il primo giro, in un'attesa che non chiedeva altro che di essere compresa ed esaudita. Avrebbe dovuto farsi lei, anche questa volta, un po' ardita. Perché non l'aveva fatto? Colpa sua dunque; o meglio, colpa di un'educazione troppo rigida ed ormai sorpassata, che l'obbligava a quei continui ritegni che allontavano le persone, anziché incoraggiarle.
Non voleva illudersi, con questo, che l'addetto Rinaldi nutrisse già qualche interesse per lei. Ma l'assiduità di quella sera poteva anche essere il segno d'una nascente simpatia. Forse, se l'avesse accompagnata lì fuori, egli non avrebbe mancato di manifestarle questo suo sentimento. Forse anche, fatto ardito dall'oscurità, le avrebbe detto cose non mai udite da lei; avrebbe steso un braccio; avrebbe cercato di carpirle una mano...
D'un tratto sussultò. Le ali di una farfalla notturna le avevano sfiorato una guancia, ridestandola da quel torpore di fantasia nella quale si era racchiusa. E si alzò allora di scatto per rientrare in albergo, quasi per cercarvi rifugio.
Rientrata nella sua stanza, per prima cosa si disfò dei tacchi gettandoli con noncuranza sul pavimento, quasi a volerli punire per la stanchezza accumulata nella serata. Con molta più cura si tolse l'abito, lungo e di un blu vellutato, dimostrando verso di esso una sorta di riverenza. Dopo un rapido strucco e una doccia rigenerante, si lasciò avvolgere dalla sua camicia da notte e si gettò nel letto, speranzosa di essere accolta presto alla reggia di Morfeo. Tuttavia, per lunghe ore non riuscì a chiudere occhio. In una ridda d'impressioni, di pensieri, di propositi nuovi, si faceva alcune domande alle quali non sapeva rispondere ancora. Perché, per esempio, quel desiderio di non ripartire più l'indomani mattina, se aveva già fissata la stanza a Parigi? Forse per le parole della Ariosto, che l'aveva avvertita che per Parigi non era ancora la buona stagione?
L'indomani, nella tarda mattinata, scesa nel vestibolo dell'albergo, Elina si avvide nello scorgere che molti uscivano dalla sala da pranzo e si sedevano ai tavoli disposti lì intorno per sorbirvi il caffè di dopo colazione. Ma lei non s'era addormentata che all'alba. Aveva dormito un sonno riparatore. E si sentiva fresca adesso, leggera, felice. I sentimenti della sera innanzi le si erano ancorati nel cuore con tutte le catene della passione.
La signora Ariosto la salutò dalla strada. Nella potente macchina d'una famiglia torinese andava in gita. Le gridò, agitando le braccia:
"Un saluto, signorina Strömberg! E buon viaggio. Spero abbia gradito il servizio!"
"Come?" il rumore del mezzo le impedì di sentire tutta la frase.
"Devo partire, mia cara, mi spiace. Chissà che non ci si incroci di nuovo, a Parigi... e la prossima volta..."
Le altre parole si perdettero, sovrastate dal fragore della macchina che si slancioava a divorare la strada. Nella nube azzurrognola dello scappamento aperto si videro però ancore le due braccia poderose della cantante agitarsi al saluto.
Elina non ebbe un solo attimo d'esitazione. Andata in segreteria, chiese di pagare il suo conto, avvertendo che sarebbe partita per Parigi nel pomeriggio. Era ormai più che ferma nel proposito di rincorrerla, dovunque, la sua nuova felicità, di non lasciarsela più sfuggire di mano.
"Ci sarebbe poi quest'altro piccolo conto da regolare..." le disse il segretario, mentre lei stava per uscire.
"Quale conto?"
"Il signor Rinaldi, il nostro addetto al ballo, ha finito ieri sera i suoi impegni, sicché..."
Elina si sentì agghiacciare.
"La signorina forse non sapeva?"
"Oh, sì... sapevo..." balbettò lei, mal riuscendo a nascondere il suo disappunto. "Sapevo benissimo... ma ero incerta..."
"Sul modo come regolarsi?"
"Ecco. Volevo anzi chiederne stamane alla signora Ariosto..."
"Di solito si dà immediatamente una mancia. Ma c'è anche una tariffa..."
E il segretario guardò nel suo taccuino.
"Cinque giri, non è vero?"
Elina sentì che le mancava il fiato.
"Cinque, sì, credo..." mormorò, cercando di dare alle sue parole un tono distratto e ridandosi intanto un po' di lucidalabbra.
"Rinaldi balla molto bene..." sorrise il segretario. "Ma certo sarebbe una bella cosa per lui, se potesse trovare ogni sera delle clienti così belle e affezionate alla danza..."
Elina tagliò corto.
"Quanto per ogni giro?"
"Dai venti ai cinquanta, di solito..."
Pagò. Ma, uscita che fu dalla segreteria, più che della rovina in cui era stato seppellito il suo sogno, ciò di cui più si dolse con se stessa fu d'aver messo a nudo un sentimento di cui era tanto gelosa, di aver fatto capire il suo inganno, di essersi esposta ancora una volta allo scherno altrui.
Ne arrossiva di collera, adesso.Se ne rimproverava come d'una colpa. Di avere pagato il prezzo della sua estasi coreografica non le rincresceva affatto. Ma non si rassegnava all'idea di essersi così esposta all'altrui commiserazione.
S'avviò per uscire. Ma dove andava adesso? Non sapeva più. Si arrestò sulla soglia. La mattinata era luminosa di sole, di chiarità, di letizia. Mandando bagliori dalla sua biancheggiante carrozzeria, una grossa auto di lusso s'avviava lungo la strada, lasciandosi dietro una piccola colonna di fumo. Racchette sulla spalla,
una giovane coppia s'avviava verso il tennis; un'altra rientrava parlandosi sommessamente, gli occhi negli occhi, dicendosi senza dubbio parole d'affetto...
Sempre lì immobile, non sapendo più che pensare, che fare, Elina non sentiva che collera. Si consumava in quella segreta sua rabbia come una candela accesa in una corrente d'aria. E solo i suoi occhi continuavano spietatamente a vedere. Lì dirimpetto, sotto quel tiglio, lei si era concessa una fantasia inebriante che l'aveva distaccata dalla realtà. Ricordava tutto. Il profumo della notte tiepida, l'incanto dell'immenso giardino tranquillo, le ali della farfalla... e un solo rammarico non aveva più: quello di non aver chiesto a Rinaldi d'accompagnarla lì fuori. Almeno quello se lo era risparmiato, considerando tutto. Chissà? Su un taccuino d'appunti, annotato da un segretario di albergo per esserle ricordato prima che ripartisse, il primo bacio della sua nuova vita sarebbe stato forse segnato anch'esso ad un prezzo d'affezione e saldato in calce con una marca da bollo.
Baci baci.
Michaela
giovedì 15 novembre 2012
Rouge sulle labbra
Irrinunciabile per tutti, in ogni tonalità.
Dal rosso vibrante al malva profondo,
dal prugna intenso al mora cupo.
Piene, morbidose e truccate alla perfezione: così devono essere le labbra, messe in risalto da lipstick sempre più seduttivi. In questa stagione trionfa il rossetto rosso, nella nuance classica e in quelle più profonde. Ecco i consigli di Mode d'ogni tempo per non sbagliare.
Come si mette
Il rossetto rosso sta bene a tutti ed esiste un rosso per ogni persona. Il look più glamour a Natale e Capodanno è lo smoky eyes con le labbra rosse. Per le donne dai colori più "caldi" lo consigliamo nei toni dei marroni, mentre per le "fredde" la variante in nero e grigio.
E sulle labbra il rossetto rosso: a chi non si sente completamente a proprio agio con il colore così com'è, intenso e vibrante, consigliamo di stendere prima del rossetto un lip balm e poi applicare il colore con le dita, picchiettando. Per un'applicazione perfetta partire dal centro e proseguire verso l'esterno, per labbra un po' imbronciate ma sexy.
Bocca sensuale
Prima di tutto, le labbra sensuali hanno bisogno di un scrub dedicato a loro, da fare due volte la settimana. Usare burro di cacao e miele (che ha proprietà lenitive) e uno spazzolino dalle setole morbidose, per rendere più lisce. Applicare sia il correttore sia il fondotinta anche sulla bocca, poi con una matita specifica ridisegnare il contorno della labbra "allargandolo" non più di u millimetro. Sfumare la matita verso l'interno e stendere il rossetto utilizzando un pennellino.
Simonetta
lunedì 15 ottobre 2012
Sappiamo far shopping?
Il mondo consumistico in cui viviamo è organizzato per vendere. Ciò è vero, ovvio, scontato. Ma noi che siamo compratrici, siamo organizzate per comperare? Spesso i negozianti danno precisi ordini ai commessi e alle commesse sul modo di venirci incontro, di chiederci cosa desideriamo, di sorriderci; noi siamo uscite, magari per un "vago" e non ben definito shopping in centro; entriamo in un negozio, spesso a caso, senza sapere con precisione che cosa vogliamo acquistare, senza sapere quanto vogliamo spendere. Bisogna quindi saper comperare. Bisogna sapersi organizzare. Non solo per risparmiare qualche euro, ma anche per avere veramente quello che vogliamo comperare.
Fino a non molto tempo fa, ahimé, ero una vera vittima della febbre da shopping. Uscivo, magari col semplice intendo di farmi "un'idea", di "guardare solamente" le vetrine, e poi a fine pomeriggio tornavo con tre o quattro buste e in serata mi prendevano i sensi di colpa. I luoghi più "adescatori" ovviamente erano i negozi del centro città, i mercati e i centri commerciali. Solamente dopo mi rendevo conto di aver fatto una stupidaggine, considerando il basso stipendio percepito da un lavoro non troppo sicuro e con la consapevolezza di aver annullato una buona possibilità per risparmiare. E così, un giorno, ho deciso di organizzarmi, di darmi delle regole, di diventare una "conscious shopper".
Certo, magari c'è chi guadagna bene, chi naviga in buone acque, chi può permettersi di spendere e spandare a piacimento: gioia bella, buon per te! Ma in tempi come questi per tanti di noi giovani le cose non stanno esattamente così... lavoro precario, disoccupazione, magari un figlio da mantenere, studi da perseguire... e saper risparmiare diviene pertanto una regola d'oro. Ho deciso quindi di condividere qualche suggerimento tratto dalle "regole" che mi sono auto-imposta da un anno a questa parte.
1. Sappiate essere organizzate anche nelle piccole spese, non diventate diffidenti e difficili solo quando si tratta di compere in grande. Sappiate soprattutto eliminare le piccole compere improvvise. Le vetrine sono fatte per allietarci, per farci credere di avere necessità di una cosa della quale, invece, non abbiamo affatto bisogno.
Non è vero che ci serve assolutamente quella borsa a tracolla finemente decorata o quella maglia a righe colorate vista in vetrina. Ci sembrano necessarie solo perché, magari grazie anche ad un manichino, in quel momento inevitabilmente finiamo con l'immaginarcele addosso. Se poi entriamo per osservarle meglio o, anzi, per provare il capo che ha catturato la nostra attenzione, siamo un passo più in avanti verso il rischio di finire col comprarlo. Se poi il negozio è ben gestito, si finisce in balie delle commesse e il gioco è fatto. Dobbiamo accettare il prezzo che ci viene chiesto o ritornarcene a casa con un inutile rimpianto.
2. Se entrate in un negozio molto elegante e la cosa da voi desiderata costa più di quanto volevate spendere e di fronte alla vostra esitazione il commesso ha l'aria di commiserare deferentemente la vostra povertà, non esponetevi ad acquistarla ugualmente, quasi, soltanto, per non far credere che non siete in grado di spendere la cifra richiesta. E' una vera debolezza. L'opinione dei commessi, delle commesse o anche delle vostre amiche sulle vostre possibilità finanziarie non vi deve affatto influenzare, così come non vi deve interessare che chi vi accompagna o vi assiste non apprezzi che voi scegliate, tra due oggetti dello stesso tipo ma di differente costo, quello di minor prezzo.
3. Non diffidate mai eccessivamente del venditore. Quando si tratta, è inteso di negozi che hanno un loro nome, una loro sede, una loro serietà. E' certo che su quello che vi vende, il venditore deve guadagnare. Ma non è detto che questo significhi sistematicamente frode od inganno.
Sappiate intuire da voi stesse il grado di onestà del negoziante. Se è onesto la vostra diffidenza lo irrita e lo spinge proprio a servirvi male: più furbo di voi, se vuole, vi riuscirà sempre. Se non è onesto è inutile fare l'esperta nei suoi riguardi. State attente all'inganno, senza farglielo capire. Avete una voce, che potrete potrete poi usare, parlando con le vostre amciche, familiari e conoscenti, per far sapere che in quel particolare negozio è meglio non andare.
4. Se entrate in un negozio per comperare una data cosa e non la trovate, comandatevi in tutti i casi, senza eccezione, di non comperare in quello stesso negozio un altro articolo. Per lo meno, non da subito. Quante volte mi è scattata la vocina del diavoletto che faceva: "Bene, userò i soldi che volevo spendere in quella determinata cosa per acquistarne un'altra". Andate in un altro negozio, ma non in quello dove non avevano ciò che desideravate, per non rischiare di comprare altro. Se poi, dopo una accurata ricerca, proprio non riusciamo a trovare l'articolo che ci interessa, allora diventa legittimo acquistare qualcos'altro. Ma anche questo lo possiamo evitare. Ascoltiamo la voce dell'angioletto che fa: "Ok, non ho trovato quello che cercavo. Terrò questi soldi da parte per altre evenienze. E chissà, magari fra qualche tempo riuscirò a trovare ciò che mi interessava".
5. Non è vero che l'alto prezzo sia indice di buona qualità della merce, ma non è nemmeno vero che si possano fare acquisti miracolosi con poco denaro. Non parteggiate mai per alcuna delle due teorie. Vi sono negozi in cui il prezzo altissimo è uno specchietto per quelle compatrici che ragionano: prezzo alto=prodotto buono. Vi sono invece posti in cui il prezzo è lo specchietto per le compratrici che hanno mezzi limitati. La regola invece è un'altra: diffidare dei prezzi sproporzionatamente alti o sproporzionatamente bassi. Una bottiglietta di profumo anche se fatta dalla Maga Magò dei profumo coi sentori più rari dell'universo non può valere 100€ di spesa. Il prezzo di 100€ è stato messo soltanto per ingolosire le ricche sfaccendate alla moda. Allo stesso modo un abito, per quanto di splendido aspetto o dalle affascinanti tonalità di colore, non può valere solo 10€. Evidentemente c'è qualcosa sotto: materiali scadenti, tinture irritanti, tessuti che si rovinano al primo lavaggio. Diffidiamo.
6. Molti credono di poter comperare perché sanno discutere sui prezzi, sanno contrattare e acquistare a 99,75€ quello che era messo in vendita a 100€. Questa abilità bisogna lasciarla a chi va a comperare nelle fiere, nei mercati o luoghi del genere. Il negoziante serio adotta il prezzo fisso. Quando non è periodo di saldi il negoziante un po' meno serio, che volendo adescare l'acquirente offrendole la soddisfazione di aver saputo "tirare giù il prezzo", esagera il prezzo dei cartellini, in modo che facendo uno sconto alla cliente, non vi rimette neppure un centesimo. Inoltre, si contrattano solo le spese un po' forti: allo stesso modo che entrando in un bar non contrattiamo sul prezzo del caffè, così evitiamo rincresciose discussioni per una spese di poche decine di euro.
Infine, secondo me, la donna che sa far shopping è, sia pure con un po' di esagerazione, quella che fa meno acquisti. Ripeto: il mondo consumistico è organizzato per vendere molto, per vendere più del necessario. La nostra organizzazione dovrà consistere essenzialmente nel non lasciarci trascinare da tutti i desideri che il mondo consumistico ci suscita, acquistando solo ciò che realmente ci occorre.
Baci baci.
Michaela
Fino a non molto tempo fa, ahimé, ero una vera vittima della febbre da shopping. Uscivo, magari col semplice intendo di farmi "un'idea", di "guardare solamente" le vetrine, e poi a fine pomeriggio tornavo con tre o quattro buste e in serata mi prendevano i sensi di colpa. I luoghi più "adescatori" ovviamente erano i negozi del centro città, i mercati e i centri commerciali. Solamente dopo mi rendevo conto di aver fatto una stupidaggine, considerando il basso stipendio percepito da un lavoro non troppo sicuro e con la consapevolezza di aver annullato una buona possibilità per risparmiare. E così, un giorno, ho deciso di organizzarmi, di darmi delle regole, di diventare una "conscious shopper".
Certo, magari c'è chi guadagna bene, chi naviga in buone acque, chi può permettersi di spendere e spandare a piacimento: gioia bella, buon per te! Ma in tempi come questi per tanti di noi giovani le cose non stanno esattamente così... lavoro precario, disoccupazione, magari un figlio da mantenere, studi da perseguire... e saper risparmiare diviene pertanto una regola d'oro. Ho deciso quindi di condividere qualche suggerimento tratto dalle "regole" che mi sono auto-imposta da un anno a questa parte.
1. Sappiate essere organizzate anche nelle piccole spese, non diventate diffidenti e difficili solo quando si tratta di compere in grande. Sappiate soprattutto eliminare le piccole compere improvvise. Le vetrine sono fatte per allietarci, per farci credere di avere necessità di una cosa della quale, invece, non abbiamo affatto bisogno.
Non è vero che ci serve assolutamente quella borsa a tracolla finemente decorata o quella maglia a righe colorate vista in vetrina. Ci sembrano necessarie solo perché, magari grazie anche ad un manichino, in quel momento inevitabilmente finiamo con l'immaginarcele addosso. Se poi entriamo per osservarle meglio o, anzi, per provare il capo che ha catturato la nostra attenzione, siamo un passo più in avanti verso il rischio di finire col comprarlo. Se poi il negozio è ben gestito, si finisce in balie delle commesse e il gioco è fatto. Dobbiamo accettare il prezzo che ci viene chiesto o ritornarcene a casa con un inutile rimpianto.
2. Se entrate in un negozio molto elegante e la cosa da voi desiderata costa più di quanto volevate spendere e di fronte alla vostra esitazione il commesso ha l'aria di commiserare deferentemente la vostra povertà, non esponetevi ad acquistarla ugualmente, quasi, soltanto, per non far credere che non siete in grado di spendere la cifra richiesta. E' una vera debolezza. L'opinione dei commessi, delle commesse o anche delle vostre amiche sulle vostre possibilità finanziarie non vi deve affatto influenzare, così come non vi deve interessare che chi vi accompagna o vi assiste non apprezzi che voi scegliate, tra due oggetti dello stesso tipo ma di differente costo, quello di minor prezzo.
3. Non diffidate mai eccessivamente del venditore. Quando si tratta, è inteso di negozi che hanno un loro nome, una loro sede, una loro serietà. E' certo che su quello che vi vende, il venditore deve guadagnare. Ma non è detto che questo significhi sistematicamente frode od inganno.
Sappiate intuire da voi stesse il grado di onestà del negoziante. Se è onesto la vostra diffidenza lo irrita e lo spinge proprio a servirvi male: più furbo di voi, se vuole, vi riuscirà sempre. Se non è onesto è inutile fare l'esperta nei suoi riguardi. State attente all'inganno, senza farglielo capire. Avete una voce, che potrete potrete poi usare, parlando con le vostre amciche, familiari e conoscenti, per far sapere che in quel particolare negozio è meglio non andare.
4. Se entrate in un negozio per comperare una data cosa e non la trovate, comandatevi in tutti i casi, senza eccezione, di non comperare in quello stesso negozio un altro articolo. Per lo meno, non da subito. Quante volte mi è scattata la vocina del diavoletto che faceva: "Bene, userò i soldi che volevo spendere in quella determinata cosa per acquistarne un'altra". Andate in un altro negozio, ma non in quello dove non avevano ciò che desideravate, per non rischiare di comprare altro. Se poi, dopo una accurata ricerca, proprio non riusciamo a trovare l'articolo che ci interessa, allora diventa legittimo acquistare qualcos'altro. Ma anche questo lo possiamo evitare. Ascoltiamo la voce dell'angioletto che fa: "Ok, non ho trovato quello che cercavo. Terrò questi soldi da parte per altre evenienze. E chissà, magari fra qualche tempo riuscirò a trovare ciò che mi interessava".
5. Non è vero che l'alto prezzo sia indice di buona qualità della merce, ma non è nemmeno vero che si possano fare acquisti miracolosi con poco denaro. Non parteggiate mai per alcuna delle due teorie. Vi sono negozi in cui il prezzo altissimo è uno specchietto per quelle compatrici che ragionano: prezzo alto=prodotto buono. Vi sono invece posti in cui il prezzo è lo specchietto per le compratrici che hanno mezzi limitati. La regola invece è un'altra: diffidare dei prezzi sproporzionatamente alti o sproporzionatamente bassi. Una bottiglietta di profumo anche se fatta dalla Maga Magò dei profumo coi sentori più rari dell'universo non può valere 100€ di spesa. Il prezzo di 100€ è stato messo soltanto per ingolosire le ricche sfaccendate alla moda. Allo stesso modo un abito, per quanto di splendido aspetto o dalle affascinanti tonalità di colore, non può valere solo 10€. Evidentemente c'è qualcosa sotto: materiali scadenti, tinture irritanti, tessuti che si rovinano al primo lavaggio. Diffidiamo.
6. Molti credono di poter comperare perché sanno discutere sui prezzi, sanno contrattare e acquistare a 99,75€ quello che era messo in vendita a 100€. Questa abilità bisogna lasciarla a chi va a comperare nelle fiere, nei mercati o luoghi del genere. Il negoziante serio adotta il prezzo fisso. Quando non è periodo di saldi il negoziante un po' meno serio, che volendo adescare l'acquirente offrendole la soddisfazione di aver saputo "tirare giù il prezzo", esagera il prezzo dei cartellini, in modo che facendo uno sconto alla cliente, non vi rimette neppure un centesimo. Inoltre, si contrattano solo le spese un po' forti: allo stesso modo che entrando in un bar non contrattiamo sul prezzo del caffè, così evitiamo rincresciose discussioni per una spese di poche decine di euro.
Infine, secondo me, la donna che sa far shopping è, sia pure con un po' di esagerazione, quella che fa meno acquisti. Ripeto: il mondo consumistico è organizzato per vendere molto, per vendere più del necessario. La nostra organizzazione dovrà consistere essenzialmente nel non lasciarci trascinare da tutti i desideri che il mondo consumistico ci suscita, acquistando solo ciò che realmente ci occorre.
Baci baci.
Michaela
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