giovedì 31 luglio 2014

Come eravamo: mode, novità e costumi per il 1859

Ci crediamo o non ci crediamo? L'annunzio questa volta ci vien da Parigi: la lunga guerra (non vi spaventate! è una guerra che non influisce sul corso dei fondi), la lunga guerra combattuta dai signori uomini contro le gonne a molle od a cerchi sarebbe prossima a terminare con una capitolazione delle amabili assediate. Oimé! Dopo aver diviso coll'Esposizione di Londra e colla guerra d'Oriente la maggior gloria di questi ultimi sei anni, dopo aver avuto delle vittime e delle martiri,  dopo aver dato il suo nome ad un giornale di Napoli, e le sue tiranniche dimensioni alle porte d'un palazzo reale d'Inghilterra, la crinolina sarebbe lì lì per abdicare, per ritirarsi dagli affari; come ora si dice, e col fondato sospetto d'un mezzo fallimento!! Quale lusinga pei suoi nemici. Quanto ai suoi rari fautori, alle sue innumerevoli adoratrici, un conforto anche per loro! Sia detto col massimo rispetto, venga pure la notizia dal Ministero stesso delle Mode Europee, per ora non ci crediamo! La crinolina è superba; non vedete come è gonfia? Ella si ritirerà, ma lentamente e coll'onor delle armi quando nessuno la insegua; ella abdicherà forse spontaneamente come Diocleziano e Carlo V, ma non fuggirà come una vile pettegola delle Baruffe Chiozzotte, non abdicherà come Foscari per una intimazione del Consiglio dei Dieci!

Del resto abdichi pure la crinolina, la toeletta non ci perderà nulla, ma arricchirà in compenso il proprio regno di mille graziose novità. Guardate il semplice buon gusto che domina ora negli abbigliamenti da mattino! Il corsetto montante, le maniche più spesso spianate come quelle degli uomini: quanto alla gonna la è semplicissima; ma badate che questa semplicità esclude le doppie gonne, non già gli ornamenti; è tagliata all'indietro quasi a coda, s'arrotonda dinnanzi sul collo del piede. Con le gonne di raso si costumano larghi circoli di velluto guarniti di merlettini appoggiati alle quattro cuciture del dinanzi; la cui dimensione sarà al basso giusto il doppio che alla cintura; essi si continuano sul corsetto, ma molto più piccoli, e nel mezzo a ciascuno corre un passamano frammischiato di piccoli grani di conteria. Non si dimentichi che dura anche quest'anno la moda annunciata nello scorso inverno dei corsetti senza falde tagliati colla gonna che è di sbieco nell'alto per nasconderne l'ampiezza. I vestiti di sera sono meno semplici ma altrettanto belli. Ne additeremo uno come capolavoro di leggerezza e di eleganza, formato da sette od otto faldoni di taffettà verde, intersecati da altrettanti faldoni di taffettà grigio perla, sui quali corrono medaglioni di fiori non troppo appariscenti: il corsetto montante con una piccola berta quadrata a due falde, e bottoncini a ghianda acuta. Le maniche per tali veste possono tenersi molto corte e rigonfie, massime presso alla spalla.

Nei cappelli sembrano prender corpo quest'anno le più poetiche fantasie della Moda, che nel nostro secolo è vicina ad usurpar il posto di decima Musa. Domina il rigonfio di "tulle" con intorno grandi striscie di velluto, di forma svariatissima, ma circondate quasi sempre da pizzo nero. Anche il raso è accettato. Un cappello di velluto nero cogli ornamenti di raso rosa e le briglie di raso nero offrirebbe molta eleganza congiunta a sodezza. Ove si desiderasse maggior risalto si dovrebbe ricorrere al raso pensée frammischiato colla felpa bianca.
I capucci per teatro e le brillanti acconciature in ciniglia e gocciole d'oro sono di gran moda. I corsetti de' vestiti da teatro si adornano sovente di bretelle di tulle nero alla jokey coperte da piccole lozanghe di velluto nero, circondato da pizzo nero che s'incrocia da ciascuna parte, e con nastri intrecciati di pizzo ed ondeggianti. Citiamo tra le novità i collari a punta davanti e di dietro, coperti di quadrigliato in velluto bleu e cinti di merletto bianco, su cui casca un piccolo pizzo nero. I fichu sono d'estrema eleganza. Se ne fanno di pizzo bianco, arrotondati a foggia di berta, con tre righe di velluto ponceau, e bleu di China, disposte all'intorno, e terminate da piccoli nodi: si orlano di merletto bianco ricoperto a metà da un altro merletto nero che lo arricchisce e gli dà quell'impronta ricca insieme e leggera che è lo scike della moda.

Nastri di velluto scozzese ricamati d'oro e d'argento, frangie di ciniglia per corsetti, abiti e mantelli sono assai ricercati dal mondo elegante. Un'utile innovazione sono i guanti Josephine nei quali un piccolo e commodo uncinetto è sostituito al bottoncino d'infedele memoria. Le cinture russe a fascie d'oro e una ricca acconciatura a piastre e catenelle d'oro guarnite di granellini di cui può ornarsi anche il corsetto, sono all'ordine del giorno per le gran dame, come ornamenti che uniscono alla ricchezza e al buon gusto una tal qual bizzarria. Ecco un bollettino che segna un trionfo. Anche i nostri detrattori saranno costretti a confessare che la moda, senza decampare dall'usata eleganza, tende a diventar ragionevole e quasi artistica. Scommettiamo che neppure i pronipoti rideranno delle foggie d'abiti de' ritratti fatti quest'anno, e questo è un successo che si deve al sottile ingegno delle modiste. Sopratutto sono da lodarsi di essersi emancipate dalla tirannia dei colori: non più di questa o quella tinta preferenza d'ogni altra; ma l'armonia, il bell'effetto in qualunque maniera lo si ottenga.

E passando ad altre novità saprete gentili signore, che all'anno venturo correte rischio di trovare dalla vostra portinaia una completa galleria di ritratti? Si tratta di unire al biglietto di visita, il ritratto in fotografia della persona che vi è inscritta, tanto il secolo inclina alla vanità ed alle apparenze. Diremo anche noi come Sterne diceva dei baci che si costumavan dare in Inghilterra alle signore: i buoni compensavano i cattivi; ma qualche indiscreto indovino invidia fin d'ora la sorte d'alcuno di quei biglietti.

SPIEGAZIONE DEL FIGURINO
Abbigliamenti da ballo - Vestito di "tulle" a quattro gonnelle doppie; la prima trattenuta da cadaun lato da un mazzo di rose. Corsetto scollato a due punte. Corona di rose ne' capelli.
Vestito di taffettà a righe traversali, a due gonnelle, la prima adorna di nastri di taffettà arricciato. "Burnous" di "cachemire". Ghirlanda di margherite sulla pettinatura.

Oggetti vari di toletta - Cuffie, sottomaniche, camicini, fichu. Giubbettino da signora pel mattino. Bavera di raso ovattato per la sera. Vesticciuola e capottina da bambino.


Tratto dal "Corriere delle Dame" dell'11 gennaio 1859.


Mademoiselle

Abiti e figurini d'ogni tempo

SPIEGAZIONE DEL FIGURINO
Abbigliamento da visita - Vestito di raso color violetto, a due gonnelle adorne di lozanghe di velluto, con isfilati di ciniglia all'orlo della gonnella superiore; corsetto a falda lunga e appuntita di dietro, orlata pure di sfilati sormontati da lozanghe di velluto; maniche a crepacci adorne di velluto, chiuse al polso sotto un manichino di pizzo. Collare di pizzo. Cappello di velluto color botton d'oro, adorno d'un uccelletto del paradiso e d'una corona di rosa di velluto giallo con lustrini nel centro. Guanti color rancio. Stivaletti di raso color violetto.
Abbigliamento per ricevere visite - Vestito di popeline di Lione, color verde scuro, adorno d'una grembialina di passamanteria nera e di ghiandoline miste di lustrino, oltre a sbiechi di velluto nero ricamato in seta verde. Questi sbiechi adorni di uno sfilato formano la berta del corsetto. Maniche larghe adorne di sbiechi di velluto egualmente ricamati. Collare e maniche ricamate ad imitazione di pizzo. Acconciatura adorna d'una treccia di velluto verde e di striscie di pizzo. Guanti color paglia. Stivaletti di raso color grigio ferro.

Tratto dal Corriere delle Dame del 4 gennaio 1859


Mademoiselle

mercoledì 28 maggio 2014

Come eravamo: il tailleur a pantalone degli anni '60

Dopo aver analizzato la singolare "hobble skirt" della Belle Époque e aver proposto un simpatico outfit dei primi dell'Ottocento, oggi abbiamo deciso di lanciare uno sguardo a "come eravamo" in un'epoca assai più vicina alla nostra, ossia gli straordinari anni Sessanta, durante i quali la moda produsse innovazioni che oggi sono diventate ormai parte del nostro vivere quotidiano. Conosciamo tutte il caso della rivoluzionaria minigonna di Mary Quant, divenuta un simbolo delle trasformazioni sociali e politiche che quel decennio seppe produrre. Oggi però non parleremo di abiti o minigonne, ma bensì di pantaloni.

In Occidente, sino alla fine degli anni Cinquanta, la maggior parte delle donne indossava i pantaloni solamente nello svolgere alcune attività occasionali, come il giardinaggio e la cura della casa, andare al mare oppure per praticare degli sport. Per il resto, sia che si trattasse del luogo di lavoro, di un'occasione formale, della scuola o di un'uscita in famiglia, ci si aspettava che la donna in pubblico indossasse esclusivamente gonne o abiti lunghi, il cui orlo raramente osava andare poco al di sopra delle ginocchia. Quando poi, nel corso degli anni Sessanta, l'ondata del femminismo si diffuse in tutto l'Occidente e le donne iniziarono ad aumentare la loro presenza nel mondo del lavoro, il concetto che donna e gonna fossero sinonimi indissolubili iniziò finalmente a vacillare e ad essere percepito come anacronistico.


Pagina tratta da una rivista del 1965 nella quale vengono proposti
vari modelli di tailleur a pantalone (vedi nelle foto a seguire).
Le parole che introducono la didascalia riassumono da sole l'intero
concetto di novità: "The pantsuit is what's NOW, and what's coming".
Alcuni stilisti, come ad esempio il francese Yves Saint Laurent, risposero a questo desiderio di maggiore libertà creando il tailleur pantalone: un vestito, disegnato e concepito specificamente per le donne, composto per l'appunto da giacca e pantaloni. Entro la metà degli anni Sessanta, quasi tutte le principali case di moda producevano e commercializzavano pantaloni che le donne potevano indossare in qualsiasi ambito della loro vita sociale permettendo, specialmente sul luogo di lavoro, una mobilità e una flessibilità che mai sarebbero state possibili con indosso un abito o una gonna.
Alcuni di questi tailleur non erano altro che versioni femminili dei tradizionali modelli per uomo. Presentavano colori solidi, dal nero al blu al marrone, oppure in plaid o in tweed. Altri erano più tradizionalmente femminili, in colori pastello o addirittura in pizzo bianco su tessuto rosa. Le giacche venivano di svariata lunghezza ed erano a singolo o a doppiopetto. La maggior parte di questi pantaloni erano stretti, svasati oppure a forma conica. Per la loro realizzazione veniva usata una vasta gamma di materiali, come lana, pelle scamosciata, saia, velluto, seta, cotone o poliestere. A differenza dei loro colleghi uomini, le donne accessoriarono questi tailleur con sciarpe, collane, spille, guanti, curando anche l'abbinamento con borse e scarpe.

Al solito, in un mondo ancora fortemente maschilista e conservatore, non fu sempre facile per le donne essere accettate nei luoghi pubblici con questo tipo di outfit: soprattutto le giovani donne furono spesso oggetto di critica e disapprovazione, non solo da parte dell'establishment maschile, ma anche dalle loro colleghe più anziane. Nemmeno al di fuori della sfera lavorativa il cambiamento fu facile: molti dei ristoranti più esclusivi, ad esempio, si rifiutarono di ospitare donne vestite anche con i più esclusivi e raffinati modelli di pantalone. Ci volle del tempo prima che i codici di abbigliamento, sia sul posto di lavoro che nei locali pubblici, si adeguassero a questa nuova e fondamentale libertà che le donne erano riuscite finalmente a conquistare. In altri contesti, invece, il regolamento fu duro a morire: negli Stati Uniti ad esempio solo negli anni Novanta fu finalmente concesso alle donne di indossare pantaloni durante le sedute del Congresso.


Le donne che indossavano completi a pantalone, come questa ritratta in una foto dell'epoca, si videro a volte precluse
dall'ingresso in quei ristoranti che resistevano al movimento femminista degli anni sessanta
e che consideravano la donna in pantalone come troppo mascolina.


lunedì 26 maggio 2014

La dieta anti-buio

Esistono alimenti in grado di rendere la pelle più luminosa? Sì, come sostengono i nutrizionisti del Relilax, lo spazio beauty dell'Hotel Terme di Miramonti a Montegrotto. La carota e la zucca, per esempio, entrambe ricche di vitamina A. La prima ha proprietà eutrofiche e fa venire in generale una pelle più liscia. La zucca, invece, ricca anche di potassio, ha una azione regolatrice del metabolismo cutaneo. E non vanno dimenticati gli agrumi, a partire dal limone, con la sua alta percentuale di acido citrico: è un potente astringente. Ma anche aranci, pompelmi e mandarini hanno funzioni anti-età grazie alla presenza di vitamina C.


Mademoiselle

Come eravamo: la gonna a intoppo o "hobble skirt"

Per questa prima occasione, abbiamo deciso di tornare indietro nel tempo di un secolo. Nel 1914 infatti iniziò a diventare "fuori moda" un singolare capo di abbigliamento che ha da subito attirato la nostra attenzione: la cosiddetta "hobble skirt" o "gonna a intoppo".

Durante il primo decennio del 1900, proprio mentre le donne cominciavano a domandare una maggiore libertà sociale, più diritti civili e una moda più confortevole, entrò in voga uno degli stili più restrittivi che mai si siano visti negli ultimi 200 anni. Stiamo parlando della "hobble skirt", nota all'epoca in Italia come "gonna sirena" o "gonna a intoppo": si trattava di un particolare tipo di gonna, stretta e lunga fino alle caviglie, che si restringeva sempre più in direzione dell'orlo. Piuttosto popolare tra il 1910 e il 1914, la gonna a intoppo era così stretta alle caviglie che la donna che la indossava era costretta a camminare con passi brevi ed estremamente lenti. Non a caso il termine inglese "hobble" significa "zoppicare"...

All'inizio del Novecento molti in Occidente rimasero affascinati dagli stili in uso all'epoca in Asia Orientale e nel Medio Oriente. Lo stilista francese Paul Poiret (1879-1944), creatore di molti design ispirati proprio ai costumi orientali, viene da molti ritenuto colui che introdusse questo singolare capo d'abbigliamento nella moda europea.
Secondo altri invece ad ispirare questa moda sarebbe stata Edith Hart O. Berg, un'americana che nel 1908, a Le Mans, in Francia, assistette ad una delle dimostrazioni di volo che i fratelli Wright stavano organizzando in giro per il mondo. La donna rimase talmente emozionata dalla performance che chiese a Wilbur Wright la possibilità di fare un giro sul nuovo, incredibile apparecchio volante. Così, nel 1908, Edith Hart O. Berg divenne la prima donna americana a volare come passeggero su un aeroplano (il tempo di volo fu di due minuti e sette secondi). Nel salire sull'aeroplano, per evitare che il vento le potesse sollevare la gonna durante il volo, la signora si legò una corda poco sopra le caviglie: e fu proprio vedendola scendere dall'apparecchio e camminare con quel nodo alle caviglie che Paul Poiret avrebbe trovato l'ispirazione per il controverso e singolare trend della "hobble skirt". In realtà, va detto, già dalla fine del XIX secolo aveva avuto inizio un progressivo restringimento delle gonne alla base dell'orlo, che andò aumentando sempre più agli inizi del Novecento.
Edith Berg assieme a Wilbur Wright durante una dimostrazione tenutasi a Le Mans, in Francia, nel 1908.
La corda legata attorno alla base della gonna avrebbe ispirato la cosiddetta "hobble skirt".
Un'altra variante di questo design molto popolare all'epoca fu la cosiddetta "peg skirt" (letteralmente, "gonna piolo"). Come la hobble skirt, questa gonna si restringeva parecchio alle caviglie, ma era più larga nella parte alta, creando una rigonfiatura a pieghe all'altezza dei glutei. Entrambi i modelli costringevano chi li indossava a camminare con piccoli passi, limitandone i movimenti: ossia il modo in cui molti occidentali immaginavano camminare le donne orientali. Ma non è finita qui: le donne che indossavano questa gonna erano spesso costrette a portare, sotto di essa, un altro capo di abbigliamento assai fastidioso, ossia la giarrettiera a intoppo (in inglese, "hobble garter"). Si trattava di un particolare tipo di giarrettiera, più simile ad una fascia o ad una guaina, con la quale venivano avvolte le gambe poco al di sotto delle ginocchia: impediva a chi la indossava di fare accidentalmente passi troppo lunghi che potessero causare strappi nella gonna.

Un modello alternativo di gonna a intoppo del 1910.
Alcune di queste gonne venivano realizzate con un'apertura sulla parte posteriore, allo scopo di facilitare la camminata. Quando ci si sedeva, questa apertura poteva essere chiusa con dei bottoni al fine di mantenere pudicamente coperte le caviglie. La gonna a intoppo, per quanto scomoda, portava ad un modo di camminare che all'epoca veniva considerato da molti aggraziato e adatto al fisico femminile, cosa che contribuì alla sua diffusione.

Per fortuna, la popolarità di questo capo così restrittivo non durò a lungo: il mondo, avviato verso la Prima Guerra Mondiale, era in procinto di cambiare per sempre e, con esso, anche la moda e soprattutto la condizione del genere femminile. Questo capo di abbigliamento era quanto di più inconciliabile con la lotta di tante donne per una maggiore libertà nella loro vita così come nei loro costumi. Già nel dopoguerra, la moda divenne assai meno limitante e, con l'arrivo dei ruggenti anni Venti, la scomodità della "hobble skirt" venne definitivamente spazzata via dalle ampie gonne orlate fino al ginocchio e indossate dalle garçonne danzanti al ritmo di frenetici Charleston.

Donna inglese con un tipico outfit del periodo
edoardiano, ivi inclusa la "hobble skirt".

Una cartolina del 1911 circa, con tanto di battuta sulla
lentezza delle donne con questo tipi di gonna.

Come eravamo

Questa sezione che inauguriamo oggi per la prima volta è intitolata "Come eravamo" e vuole offrire lo spunto per un viaggio nell'evoluzione del costume e della moda in Occidente nel corso degli ultimi secoli.
In questa pagina infatti non vogliamo limitarci a proporre i soliti outfit che siamo abituate a vedere su Facebook, nei siti specializzati o altrove, in giro per il web o sulle riviste che troviamo nelle nostre edicole: abbiamo insomma constatato che sarebbe stato alquanto banale limitarci unicamente a questo.

Allora ci siamo chieste: perché non dare uno sguardo anche agli "outfit" che avremmo potuto trovare negli anni novanta? Oppure a quelli che, da giovani, venivano proposti alle nostre mamme? E perché allora non spingerci ancora più indietro nel tempo, soffermandoci a considerare la moda che era in voga ai tempi delle nostre nonne, bisnonne, trisavole, e così via?

Potrebbe essere un percorso molto interessante, anche perché ci permetterà di riflettere sui cambiamenti avvenuti nel corso del tempo, non solo nella moda, ma anche a livello sociale e culturale, e in special modo l'evoluzione nell'universo femminile, il quale oggi da spesso per scontate cose che solo mezzo secolo fa sarebbero state oggetto di scandalo o derisione.

A volte ci soffermeremo più in generale a descrivere i costumi di un determinato periodo storico, altre volte analizzeremo più nel dettaglio, presi singolarmente, alcuni particolari tipologie di abiti, vestiti e accessori che hanno caratterizzato un momento di vita di chi ci ha preceduto.


Michela

domenica 13 aprile 2014

Il naso

Le forme del naso
La forma del naso è determinata dalla sua armatura ossea, e dalla cartilagine nasale. Il dorso nasale deve essere sottile, e allungato, non importa poi se arcuato o diritto, purché non ecceda la normalità.
Più il naso sarà diritto, con le narici affilate, e più sara bello. Il setto nasale dovrà essere non troppo basso delle ali, e possibilmente orizzontale. La punta del naso assume forme svariatissime, a seconda della maggior o minore carnosità e a seconda della distanza delle ali del naso. Sono brutti i nasi a pallottola, con le narici dilatate, e i nasi deviati. In generale, non dovrebbe notarsi un distacco fra la parte superiore del naso e l'inferiore, e l'una dovrebbe continuare l'altra sulla stessa linea. Tuttavia esistono esempi di linee lievemente spezzate e pure simpatiche e graziose, sebbene non propriamente classiche. La forma del naso si può perfettamente correggere con operazioni di chirurgia estetica, o con l'applicazione di apparecchi speciali ora messi in commercio.

Il naso e l'età
L'ala del naso è un indice per l'età della donna. Talvolta infatti sciupa la bellezza e l'armonia di un volto. O è rossa, o è lucida, o perde la purezza proprio su quella parte che va a ricongiungersi alla guancia. Guardiamo l'ala del naso dei bambini: è liscia, unita, senza lucidezza, senza vene visibili, senza punti neri. Per mantenere il naso giovane, non c'è altro da fare se non prevenire. Molte donne curano il viso, fanno dei massaggi, ma trascurano questo pezzetto di naso che pure ha tanta importanza. Bisogna dunque passarci della crema (grassa se la pelle è secca, il che sul naso avviene ben difficilmente, assorbente se la pelle è grassa), frizionando bene ed in modo che si riunisca al resto del viso; insistere sulla congiuntura, tirare il viso verso la parte opposta per poterla ben distendere. Quello che conta soprattutto è cercare che il naso non dimostri una diversa età di quella dimostrata dalle guance.

Il naso rosso
Poche donne sospettano che una cattiva crema o una cattiva cipria possano provocare il temuto rossore del naso anche in estate. Anche il freddo ai piedi può cagionare il rossore del naso. Un brufolo esterno o interno può cagionare lo stesso effetto. Contro il naso rosso sono consigliabili anche rimedi casalinghi: acqua di bulbi di gigli, acqua di malva, di papavero, tintura di benzoino, aceto aromatico (un cucchiaio in un litro d'acqua).

Punti neri sul naso
Molte donne schiacciano fra le unghie questi antiestetici punti neri, ma dimenticano di disinfettarsi prima le mani, sicché possono prodursi delle noiose infezioni. La cosa migliore da fare è quella di adoperare uno strumento apposito, che si trova in commercio e si chiama schiacciaccomedoni, tuffato nell'alcol prima di usarlo. Al posto del comedone resterà un forellino spesso profondo. Lo si lavi subito con acqua e un sapone disinfettante, poi si passi sulla parte un poco di acqua di colonia o di acqua ossigenata.

I peli nel naso
Guardatevi dallo strapparli: potreste procurarvi un ascesso. Non adoperate neppure i comuni depilatori, poiché le mucose che tappezzano le pareti interne del naso sono delicatissime. Che rimane da fare? Introdurre nel naso dei batuffoli imbevuti di acqua ossigenata a 12 volumi: sotto la sua azione i peli imbiondiscono e si disseccano a poco a poco, fino a cascare a pezzetti.

Il naso lucido
Nei casi normali, il trucco del naso consiste semplicemente nell'introdurre e stendere col dito mignolo nelle narici un poco di rosso, pochissimo, all'estremo. Beninteso sotto le narici si fa altrettanto. Non bisogna però tingere l'interno delle narici se queste sono larghe, altrimenti lo sembreranno ancora di più. Si corregge con un poco di cipria e si asciuga. Il trucco può però anche essere correttivo dei difetti del naso.

Naso lungo: mettere una ombreggiatura leggera attorno alla base.
Naso corto: allungarlo con una piccola macchia vivace sotto la punta.
Naso piccolo: se siete bionde, adoperate per il viso una cipria bianca. Tingere di rosso le ali del naso, presso le guance. Se siete brune, adoperate per il viso cipria rosa e per il naso una miscela di tre parti di cipria bianca e una cipria rosa.
Naso grosso: fare il contrario, utilizzando sempre cipria salmone per le bionde e cipria rosa per le brune, come abbiamo indicato sopra. Caricare la tinta del naso andando dalla radice verso la punta.
Naso gobbo: se il naso è aquilino, mettere del rosso sulla punta e sotto il setto nasale, fra le due narici.
Naso schiacciato: fare il contrario, ossia accentuare con un poco di rosso l'insellatura e per il resto regolarsi come per il naso piccolino.


Betta

giovedì 10 aprile 2014

I bambini

I bambini sono tutta la nostra vita. Appena una donna ha coscienza di sé, un desiderio prima solo intuito, poi sempre più chiaro e preciso è in lei: un bambino.
Molti credono, un momento, che il suo più grande desiderio sia diventare attrice, velina, modella, cantante, ballerina, psicologa, maestra, o di possedere l'ultima bellissima borsa della Liu Jo; ma questi sono desideri accessori, secondari. Lasciatela sola con se stessa, fate che si guardi sinceramente nell'anima, che parli senza neppure il minimo impalpabile velo di menzogna, ed essa dirà: un bambino. Molti pensano, un momento: "Ecco una donna felice".
E' giovane, è ricca, la fortuna è dalla sua parte. Ha ciò che desidera, ciò che vuole, il possibile, e qualche volta, l'impossibile. La sua felicità esiste, sì, non la neghiamo, ma è qualche cosa che non ha basi, una cosa fuori di lei, staccata da lei: perché non ha un bambino.
Non le credete quando dice: "No". Non le credete quando sembra che non le importi, quando persino essa stessa crede di non desiderarlo. Non le credete quando vi dice che ha paura delle responsabilità che le verrebbero. Non ne ha paura. Sa troppo bene, sente troppo bene, che un bambino vale qualunque responsabilità, qualunque sacrificio. E ne abbiamo la prova quando ha un bambino; quando leggiamo nei suoi occhi l'irrevocabile sicurezza di essere d'accordo con la vita, di aver obbedito alla vita; quando comprendiamo che tutta la sua vita è non lei, ma il bambino.
Anna ama i bambini, come tutte le donne. Un giorno, e fra non molto, anch'essa avrà dei bambini. E solo allora, mi ha detto, sarà veramente felice. E in quel veramente, c'è tutta la sincerità profonda della donna che rivela il sentimento essenziale della sua anima.


Simonetta

venerdì 7 marzo 2014

Dedicato alle impiegate

Impiegate.
Siete voi che affollate le metropolitane alle sette della mattina, a mezzogiorno, alle sette di sera. Siete voi che popolate le trattorie a prezzo fisso, e i cinema il sabato sera. La vostra vita non è delle più comode, siamo d'accordo. Le mattine d'inverno è fastidioso il risveglio: ed è insolubile il problema di comprare con venti euro un berrettino che è bellissimo, ma che ne costa quaranta. Ho letto qualche volta nei vostri occhi la mestizia di chi compie un faticoso dovere, un pesante compito che non è il suo. Forse avete ragione. Ma voi non rimarrete sempre impiegate. Presto, più presto di quello che crediate, sarete spose, poi mamme. E starete così al vostro focolare, che sarà la casa di vostro marito e dei vostri figli.
Ma intanto, sapete superare serenamente questo breve, e combattivo periodo di lavoro?

Il problema del lavoro...
E' vero che molte volte il vostro lavoro non è divertente. Copiare, scrivere al computer, riempire colonne di cifre, non è certamente uno svago. Sarebbe molto meglio fare una gita,  leggere un buon libro. Ma nella vita, non è ciò che si vorrebbe fare che conta, ma ciò che si deve fare. Tutti, diciamo tutti, hanno un dovere da compiere, e lo compiono, sacrificando ad esso i propri piccoli o grandi desideri. Quindi, sappiate compierlo anche voi, e con buona volontà. Perché questo è il grande segreto. Il lavoro più arido diverrà per voi facile e piacevole, se lo farete con la buona volontà di farlo bene, di farlo con cura, di metterci un po' di voi stesse. Non dite che non si può mettere nulla di noi stesse in un registro di noiosissimi conti. Questo registro sarà sempre più noioso, finché voi lo riempirete sbuffando ad ogni cifra. Non lo sarà più, quando, invece, sarà il "vostro" registro, il registro affidato a voi, e sta a voi dimostrare che è stato affidato bene. Il problema del lavoro lo risolverete solo in questo modo poiché esso non è che un problema di buona volontà.

Il problema dell'eleganza...
Volete essere eleganti, ma il vostro stipendio crea un muro quasi insuperabile tra voi e l'eleganza. Tra i soldi che avete in tasca e lo splendido abito firmato, c'è troppa distanza: una distanza insuperabile. Benissimo, ma il problema dell'eleganza non è principalmente nel denaro, ma, soprattutto, nel buon gusto. Siete certe che con la stessa cifra che avete speso per acquistare l'abito che indossate, non avreste potuto farvi un abito migliore, un abito di maggior gusto, un abito più pratico? E' inutile che cerchiate di imitare con i vostri mezzi limitati, dei modelli che devono costare moltissimo per essere perfetti. Scegliete un abito semplice, un abito che si adatti a voi, più che essere alla moda, e che possa essere realizzato bene anche con tessuti non eccezionali, e sarete comunque alla moda, sempre, eleganti e femminili, ma solo se avrete buon gusto. Anche con i vostri mezzi.

Il problema dello svago...
La sera, quando uscite dall'ufficio, siete stanche: e anche potendo, molte volte preferite rimanere in casa e andare a letto presto. Dal sabato pomeriggio alla domenica sera, il passo è breve, che vi sembra di non poter combinare nulla di veramente divertente. E poi, anche qui, s'affaccia il problema del denaro, e troppe cose vi sono proibite dal dovere di fare economia.
E' vero, ma anche qui sta a voi dominare i vostri desideri, imparare a svagarvi anche delle cose che non costano nulla, o pochissimo. Un'amica, un libro, un lavoro a maglia divertente, possono divertirvi molto di più del solito cinema, al quale andate anche quando sapete che il film non vi piacerà, così, per abitudine. E. appena potete, fate una bella ira fuori città. Per quanto breve il tempo da sabato a domenica sera, è sufficiente a ricrearvi il fisico e lo spirito. Avete vissuto sei giorni rinchiuse in un ufficio. Avete vissuto sei giorni sedute ad una scrivania: avete bisogno di aria, di movimento. Non importa se fa freddo, non importa se non c'è il sole. Partite. Ritornerete la domenica sere completamente ritemprate. Tutto ciò vi può sembrare bello, ma difficile da realizzare. Ed è qui il vostro torto. La felicità è quasi sempre a portata di mano, e dipende quasi sempre da noi stesse. Siamo noi che non la vediamo, e l'andiamo a cercare dove non c'è.


Simonetta

domenica 2 marzo 2014

Elogio degli abiti semplici

Conosco una donna che ha trenta e più abiti, che continuamente si rinnovano. Fra questi trenta abiti ce n'è uno modestissimo, a due pezzi. E' il più vecchio, ed è anche il meno fresco. Per una ragione semplicissima: lo indossa quasi continuamente. Fra tanti abiti, eleganti e alla moda, quello, è ancora il più elegante e alla moda. Non ha nulla di particolare: né la foggia, che è lineare; né il colore: un grigio scuro. Eppure l'unico abito col quale la donna si sente elegante, è proprio quello.
Conosco una commessa. Essa non ha che due abiti, veramente portabili. Un abito a giacca di un marrone scurissimo, e un insieme da passeggio, molto originale, per una lunga piega che attraversa diagonalmente il petto. E' questo uno di quei modelli, presi da una grande rivista di moda, e fatto realizzare da una sarta amica "che lavora bene e vuole poco". E' un abito elegante, non c'è che dire, e sta molto bene alla commessa. Le sta tanto bene che essa lo porta sempre, lo porta tanto da avergli fatto perdere rapidamente la sua freschezza. E invece, l'abito a giacca, semplicissimo, è quasi nuovo. Inutile dire, quindi, che l'abito originale, perduta la sua freschezza, non è più veramente elegante.
Invertiamo la situazione. Ammettiamo che la commessa divenga padrona del guardaroba della signora; e che questa fosse costretta, invece, a scegliere solo tra i due abiti della commessa.
Accadrebbe che la signora indosserebbe con grande piacere l'abito a giaccia che la commessa sdegnava perché troppo semplice; e che la commessa, libera finalmente di scegliere fra trenta abiti, tutti ne indosserebbe, escluso quel modestissimo due-pezzi che tanto piaceva alla signora.
Tra la vera eleganza e la semplicità c'è una stretta alleanza: la signora comprendeva questa alleanza. La commessa no. La comprendete voi? Fate un esame di coscienza.


Susanna

giovedì 26 settembre 2013

Costruire sulla sabbia

Claudia Guerisi chiamò Roberto e gli ordinò delle sigarette.
"Sono in ritardo", disse, "avverti Giuseppe di tener pronta la macchina. Uscirò a momenti".
Squillò il telefono e il segretario della Sulcis informò Claudia che il consiglio si riuniva alle nove. Didi cantava quando, infilandosi il soprabito, Claudia comparve nell'atrio dove la cameriera la raggiunse con la cartella.
"Buon lavoro, commendatrice".
"Grazie".
Uscendo, Claudia si trovò fra le braccia di Federica Scelzo che entrava con la furia di un uragano. Con una esclamazione di gioia le due amiche si strinsero in un lungo abbraccio. "Beh, come mai qui?"
In dieci anni alcuni capelli di Federica si erano ingrigiti, ma la sua faccia dai tratti vigorosi conservava la freschezza femminile e l'espressione fanciullesca di un tempo. Claudia rientrò e la precedette nello studio dove il telefono squillava.
"Ma non risponde mai nessuno qui?" si stizzì, staccando la cornetta. "Roberto, porta da bere".
"Subito, commendatrice".
"Accidenti!" esclamò Federica, che s'era incantata ad ammirare la magnifica casa. "Anche commendatrice! Allora è vero che sei diventata un pezzo grosso".
Claudia non intese, stava parlando con il suo segretario. "Come?" gridò ad un tratto. "Telefona subito al commissario di bordo e fatti dire l'ora esatta della partenza della carboniera. Di' al direttore del reparto forniture di sospendere per ventiquattro ore, con una scusa qualsiasi, la fornitura del ferro. Flacangi? Fallo attendere, sarò lì a minuti. Mia cara," continuò rivolta a Federica, che gli sorrideva da una poltrona, "perdonami ma gli affari li devo seguire minuto per minuto".
"Sì, sì, capisco" rispose bonariamente Federica, che dopo dieci anni considerava Claudia ancora una ragazza. "Verrò a trovarti stasera".
"Stasera? Aspetta, stasera ho il consiglio della Sulcis".
"Come, sei della Sulcis?" chiese stupita Federica.
"Sono la presidente".
"Dunque uno dei miei padroni".
"Beh, hai forse da lamentarti del trattamento che ti abbiamo fatto?" chiese Claudia, ridendo di cuore.
"No, no, tutt'altro". Federica si accese una sigaretta, un lieve sorriso di malinconia le increspò le labbra, e rispose sottovoce: "Allora eri tu l'ignoto protettore".
"Io e un poco anche Didi".
"Didi?" chiese Federica. "E chi è Didi?"
"Giacomo".
Giacomo veniva canterellando verso lo studio; come vide la moglie restò immobile sulla soglia e non si accorse di Federica tanto fu grande il suo stupore.
"Come, sei ancora qui? Ti senti poco bene? Oh guarda chi c'è, Federica. Che sorpresa!".
Giacomo balzò al collo di Federica e con impeto fanciullesco le schioccò due baci sulle guance.
"Allora non vai ai cantieri?" continuò, rivolto alla moglie. "E Federica resta con noi? Federica, voglio saper tutto, tutto di questo lungo tempo".
"Allora vi lascio." Claudia colse l'occasione per dire che non poteva fermarsi, che gli affari la aspettavano, che ai cantieri non potevano fare a meno di lei.
"Senti, noi ci vedremo domani. Intanto Didi ti terrà compagnia; cenerai con lui, avrai tutto il tempo di raccontargli quello che vuol sapere. Ciao, domattina ti aspetto ai cantieri, vedrai che meraviglia".
Federica sorrideva in quel modo che gli scopriva appena i denti in un'espressione di tenera malinconia. "Povera Claudia!" esclamò. Ma Giacomo s'era oscurato. "Va, corri dietro agli affari" disse aspro, seguendo la moglie con la cartella. "Sai bene che sono gli affari", sbottò lei seccata mentre apriva la porta dell'atrio, frettolosa di andarsene.
"Ho i miei amici anche io", egli aggiunse, "e i miei impegni".
"E a bene, per un giorno puoi mandarli al diavolo. Son tutti sciocchi".
Claudia scese in fretta le scale senza aggiungere un saluto alla sua frase aspra.
"E' sempre così indaffarata?" domandò Federica quando Giacomo la ebbe raggiunta nel soggiorno.
"Questa è la vita di ogni giorno", sospirò Giacomo. "Con in più questi due minuti e le poche parole che ci siamo scambiati. A volte passano delle settimane senza che io abbia un segno della sua presenza in casa.
"Povera Claudia!" ripeté Federica accarezzandogli una mano e invitandolo a sedere in una poltrona accanto alla sua.
"Povera Claudia! Non sento dir altro intorno a me", si esaltò Giacomo levandosi e incominciando a camminare per la stanza. "Povera Claudia! Lei non ha tempo per divertirsi, per curarsi la salute, quasi per mangiare. Per suo marito non ne ha, assolutamente. Ma pensi te, te che ti sei presa il tempo per godere e per amare, pensate che cosa sia la mia vita?"
"Claudia lavora per te. E se non lo facesse non potreste vivere come vivete, non ti pare?"
"Oh, per me, farei volentieri a meno di tutto questo lusso, pur che potessi sentirmi vicino una moglie. Ma non voglio rattristarti inutilmente, povera amica. Andiamo fuori a pranzare, ti va? Conosco un locale alla moda dove ci divertiremo".
"Noi due soli? In un locale pubblico?" chiese stupita Federica. "E che cosa dirà la gente?"
Giacomo scoppiò a ridere fanciullescamente. "Che cosa dirà? Dirà quello che ha sempre detto: che ho delle amanti".
Federica lo guardò costernata.
"Ho troppo stima di te per credere a quello che mi dici".
"Siete una ingenua, oppure una furba, sì, una furbetta. Può essere un'ottima arma anche la tua. Scommetto che finirai col farmi la corte anche te".
Federica le si fermò davanti profondamente stupita: "Allora è vero quello che mi dici? Io non mi raccapezzo. Dieci anni fa, quando vi ho lasciati, tu e Claudia eravate la coppia più felice di questo mondo; il vostro è stato un matrimonio d'amore, no? Ora vi ritrovo così mutati, così tristemente diversi". Giacomo scosse il capo e i suoi occhi brillarono insolitamente; rise ad un tratto d'un riso aspro, insincero.
"Senti Federica, io bevo whisky senza soda, voglio dire che le cose mi piacciono chiare, nette, forti. Questo tuo romanticismo annacquato di borghesia mi dà fastidio". Vedendo la faccia di Federica contorcersi in una smorfia amara, egli continuò: "Oh, non volevo... non volevo ricordarti quel tempo... scusami".
"Ho vissuto quasi tutta la mia giovinezza tra la gente che lavora rischiando ogni giorno la vita. No, non ti potrei mentire Giacomo, non so fingere". Federica sedette di nuovo, un'ombra di tristezza le oscurava il volto.
"Capisco", rispose Giacomo. "Ebbene allora ti dirò che anche se le apparenze sono contro di me, tu ritrovi il ragazzo di dieci anni fa, intatto. Non fraintendermi, ti prego".
"Lo sapevo", mormorò Federica.
"Intatto," riprese Giacomo, "ma non intangibile. No, voi non mi capite. I miei trent'anni valgono di più di tutte le tue rinunce. Quando ci sposammo io e Claudia, non eravamo ricchi, lo sai, ma che felicità quando potevamo ritrovarci soli, la sera. C'era uno scopo oltre la sua fatica, oltre la mia solitudine, c'era l'amore. Ma poi, piano piano, Claudia è uscita dalla mia vita per rincorrere il denaro, gli affari, le soddisfazioni dell'ambiziosa che vuole stravincere. Io mi ritrovai ricco, con tutte le possibilità che offre la ricchezza. Così ho cercato fuori della mia casa un motivo di felicità. Adesso ho amici, amiche, sono invidiato: ho conosciuto il gusto di essere baciato da una bocca che non fosse quella di Claudia ed ho avuto motivo di avvilirmene. Sono stato cento volte sul punto di compiere l'atto... No, non l'ho fatto, Federica, ma non per lei, bensì per me. E ho sofferto anche di questo mio attaccamento alla tradizione della piccola morale borghese che vuole i mariti infelici, ma onesti".
Federica ascoltava a testa china. Non rispose. Ricordava Giacomo, il bello e giovane fidanzato della Claudia di un tempo, Giacomo dal vestitino dimesso come l'avevo conosciuto dieci anni prima nell'appartamento di Via Paradiso, quando si affannava intorno al fornello per preparare la torta di ribes che tanto piaceva a Claudia.
"Ci amiamo, ci amiamo, che male c'è? Perché mi fai quella faccia?" Si stupiva della sua malinconia, dei suoi improvvisi silenzi, delle sue improvvise assenze. "E Claudia?" domandò infine Federica scuotendosi.
"Claudia? Sempre più presa dagli affari, dai successi, dal gusto di inondarmi di danaro e di vincerla su tutti. A poco a poco la mia onestà è divenuta una parola priva di senso. Nella società che frequento io cambio amante ogni mese, intreccio flirts dalla mattina alla sera. Ebbene," s'infiammò Giacomo, "ebbene poiché questo si dice, poiché Claudia si allontana sempre più dalla mia vita, nessuno può dire che tutto ciò non possa domani diventar vero". Egli si guardò intorno smarrito e soggiunse sommessamente: "Ma me ne andrei via di qui".
"La amate ancora tanto?" chiese Federica, quasi senza voce.
Giacomo non rispose, si passò una mano sugli occhi che ritornarono vivi e lucenti. "Suvvia, andiamo a pranzo", esclamò con voce falsa, acuta. "Corri a vestirti. Troveremo i miei amici e ci divertiremo. Andremo all'Ambasciatori".

La mattina seguente Claudia era nel suo studio ai cantieri quando le fu annunciata Federica.
"Sono mezza morta", esclamò Federica accasciandosi in una poltrona e sfilandosi dai piedi le decolté rosa con almeno dieci centimetri di tacco. "Però ho voluto vederti ugualmente. Stanotte parto per Berlino".
"Di già?" chiese stupita Claudia. "Allora ti tengo a colazione con me. Andremo qui vicino, in una trattoria dove si mangia del pesce eccellente".
Federica vide che Claudia era tranquilla, di quella tranquillità che viene dal benessere e dall'abitudine del comando; notò pure che le sue mani tremavano un poco nell'atto di accendere la sigaretta e che l'amica, pur avendo ancora tutti i capelli neri, sembrava assai più invecchiata di lei.
"Ieri sera sono stata all'Ambasciatori con Giacomo. C'erano tutti i suoi amici", disse ad un tratto, decisa a parlare.
"Ti sarai annoiata con quei quattro stupidi", fece distrattamente Claudia.
"Con quei quattro stupidi c'era anche tuo marito", replicò Federica lanciandogli uno sguardo severo.
"Ma non importa, mio marito è il primo a dir male dei suoi amici". Claudia premette il pulsante della luce rossa affinché nessuno entrasse a disturbarle.
"Vorrei parlarti di Giacomo e di te". Federica si morse il labbro ricoperto da un dolcissimo gloss color rosa acceso. "Vi ho trovati diversi da come vi ho lasciati. Ne sono rattristata".
"Sei rimasta una romanticona", rise sottovoce Claudia, guardandola con affettuosa simpatia.
"Sono rimasta una romantica e ne ho piacere", rispose Federica. "Le mie speranze sono intatte, ecco tutto".
"Io le mie le ho attaccate al carro della realtà". Sulle labbra di Claudia passò un lieve lampo di soddisfazione. Le sue speranze aggiogate a quel carro avevano percorso un cammino notevole.
"Tu vivi ancora nel mondo dei fantasmi, mia cara. La vita è un'altra cosa".
"Ma tu non vivi affatto", la interruppe vivamente Federica.
"Io ho costruito", rispose Claudia con pazienza.
"Hai costruito sulla sabbia. Ieri sera ho assistito a delle cose che mi hanno fatto pena, mi hanno addirittura disgustata. Ho visto Giacomo tra le braccia di cento ballerine che se lo contendevano come per gioco. E tu permetti questo, tu lavori, accumuli, costruisci, come dici, per dare a tuo marito il gusto raffinato delle tentazioni. E' questo che hai costruito? Dieci anni di lavoro ti hanno portata a questa conclusione? A fare di tuo marito un povero uomo che non sa come e dove meglio cadere? Sei tu la Claudia gelosa di Via Paradiso? Io non so veramente fin dove voglia arrivare questo povero mondo di affaristi che non si accorge di correre alla bancarotta delle illusioni".
"Sembri un medico pessimista", rise Claudia mordendo la sigaretta.
"Sono una donna che non ha rinunciato a vivere. Ma non ti accorgi che Giacomo ti sfugge? Che vivete come due estranei? Che l'amore tra di voi ha il gusto della cenere e respira nell'aria il tradimento?"
"A questo punto, siamo giunti, al tradimento. Senti, non crederò mai Giacomo capace di un atto simile", rispose Claudia tormentandosi le mani.
"E hai ragione, conosci bene tuo marito, ma ti sfugge il concetto dell'uomo, le sue esigenze, la sua continua sete d'amore. Noi donne invecchiamo su questa parola. Abbiamo bisogno di amore. Giacomo ha avuto ieri sera parole dure verso di te: e quella sua sete di divertirsi, di stordirsi nel più cretino dei modi, non è altro che la strada aperta al tradimento. Di' un po', e se avesse un'amante?"
Claudia impallidì e non rispose: Federica insistette.
"Rispondi, se Giacomo avesse una amante? Io l'ho lasciato stanotte all'Ambasciatori con molte di quei tipi di nonsofarniente che tanto piacciono agli uomini per i loro pomeriggi senza scopo. L'hai visto tu rincasando?"
"No, non era ancora rientrato" rispose Claudia smarrita: si trovava davanti alla compagna maggiore come ai tempi dei suoi primi passi nel mondo degli affari. "Ma che cosa tenti di mettermi in testa?"
Federica prese la borsa e si avvicinò alla scrivania. "Niente, ho voluto avvertirti finché sei ancora in tempo. Tuo marito è innamorato di te, innamorato, bada bene, è la parola. Rifletti adesso sulle conseguenze di certe distrazioni. Noi donne non ci rendiamo conto di tante cose. Arrivederci". Federica appariva leggera nel varcare la soglia di quel sontuoso ufficio, solo un'ombra di malinconia le velava la faccia che conservava l'espressione fanciullesca di un tempo. Claudia restò in piedi con la mano sospesa nell'aria, una mano che ricadde inerte sul tavolo ingombro di carte; il raggio di sole che vi passava sopra faceva brillare la splendida fede nuziale.
"Eppure non l'ho tradito". Questo pensiero le passò rapido nella mente e vi lasciò come una nebbia chiara dentro la quale rivide Giacomo, il Giacomo di Via Paradiso, col grembiule civettuolo e l'aria affannata intorno al fornello. Senza rendersi conto di quello che facesse formò il numero di casa. Rispose Roberto per dirle che il signore dormiva. "Portagli l'apparecchio", ordinò Claudia. Furono istanti indicibili quelli che trascorsero per lei nell'attesa della voce cara. "Sono io, Claudia. Ma sì. sono io ti dico. Voglio, senti... faccio colazione in casa, sì alzati, mangiamo insieme. No, non scherzo. Preparati, tesoro, vengo subito, sì, subito, adesso..."
Rincasò sicura di sorprendere Giacomo nel letto: percorrendo le stanze ebbe modo di accorgersi che il suo cuore batteva in affanno come nei giorni felici di Via Paradiso. L'amore non era morto in lei e ora si destava dall'assopimento più forte che mai, pieno di palpiti, di pensieri, di tenerezze. "Giacomo, un'amante?" La coscienza le diceva che egli avrebbe avuto ben diritto di vuotare i suoi tesori in un cuore meno distratto del suo, tuttavia...
Il letto era già stato rifatto e dalla finestra entrava con l'aria primaverile il caldo sole del mattino.
"Dov'è Giacomo?" chiese Claudia a Roberto, che comparve sull'uscio. "E' uscito?" soggiunse improvvisamente sgomenta. "Non so, mi par d'averlo sentito in cucina" rispose Roberto, sorpreso da tante novità. Claudia guizzò via. "In cucina?" rifletté. "Che c'è andato a fare, in cucina?"
"...e la panna, ma ti raccomando, freschissima" strillava Giacomo correndo dai fornelli alla tavola e di qui alla porta del frigorifero, in affanno. "Signore", piagnucolò la voce della cuoca, "lasciate fare a me, ci penso io, vedrete che vi accontenterò".
Giacomo non rispose, levato il frullino dalla terrina, sorrise dell'opera sua; poi con mano esperta rimise in moto il frullauova.
Claudia gli giunse alle spalle. "Ah", ella strillò, "mi hai fatto paura".
Davanti alla cuoca sbalordita ella lo baciò, quindi rispose: "Anche tu, anche tu".
E finirono insieme di fare la torta di ribes.


Ita Baraldi


venerdì 24 maggio 2013

I bei tessuti e le belle mode

I motivi dei tessuti stampati anziché dimuire d'interesse e di novità, si fanno a ogni nuova stagione sempre più variati, sempre più originali e la donna li ama, poiché divertono l'occhio senza stancarlo e danno piacevoli sensazioni estetiche. Ogni linea  è con essi possibile, si addicono a tutte le età, con le loro diverse colorazioni e i loro molteplici motivi.

Lo stampato non soltanto forma il più grazioso vestito, ma può servire per elegante guarnizione, prestandosi come fodera; vi è inoltre la possibilità di rinnovare l'aspetto d'un abitino tutt'ora in buono stato dell'anno precedente, usando quegli accorgimenti che la confezione moderna permette. Effetti di colore, gusto per la linea, freschezza di particolari. Fare un bolera di una giacca, un "due pezzi" con una principessa, portandoli con pezzi diversi, arricchirli di nuovi indumenti uniti, spezzettarli, fino a fare una cintura, una cravatta, un fiore. Il miglior modo per mascherare i disegni noti, è la pieghettatura; e giacché siamo in argomento, diremo che è proprio la pieghettatura che decide del grado di eleganze di ogni abito stampato. L'increspatura sottolinea il corpo nei vestiti da sera, dà moviomenti con teli staccati o pannelli a quelli del pomeriggio. E sono i piegono e le pieghe poiatte che porteremo col genere sport, mattina, spiaggia, campagna.
Sappioamo che la moda esige oggi la gonna larga: si può ottenere questo effetto con innesti modellati o pieghettati, o con qualche altro artificio che, allargando la gonna in basso, le die la forma svasata di prammatica. La vita è stretta e cioè volutamente snella; si può arrivare a questo, mettendo, ad esempio, al posto della cintura sezioni a sghembo, o facendo magari a sghembo l'intero corpetto, modellandolo solo ai lati, a punta in giù, rimborsato. Oppure si ricopre il corpetto aderente con un casacchino dritto.
Abbiamo detto che gli stampati servono anche come fodere: infatti nulla di più grazioso d'una redingotta, di una casacca o di un bolero con questo motivo vivace nella parte interna, come già si usava qualche anno fa. Coll'avanzare della stagione, quando la principessa dominerà incontrata, basterà un bolero o una lieve giaccia o una casacca di tessuto più leggero a vestire la persona.

Per il pomeriggio le tinte si sceglieranno più ricercate, i motivi più originali: le casacche sono di faglia o di taffetà. Le redingotte di seta chiara hanno bella linea e sono anch'esse di stampato uguale, ma velate. Il disegno minuto, chiazzato e sfumato come all'acquarello è sempre distinto; a prima vista non si distinguono quasi i motivi, ma osservando meglio ecco apparire una serie di ochette nere e di ochette bianche, penne, un tratto di muro di mattoni coperto di edera; la fantasia non manca agli stilisti.
Gli stampati per sera sono invece a sezioni, a bordi, a fasce altissime di fiori che campeggiano su fondo unito. Spesso gli stilisti li impiegano in senso verticale e la striscia fiorita si limita così ad occupare una zona soltanto del vestito: davanti, dietro, su un fianco. Anche i piccoli particolari hanno il loro interesse: così volendo variare il tema dei brillanti sulla bottoniera di un abito a giacca, si potrà sostituire il mazzetto delle margherite, o delle roselline. Una cintura potrà essere ricamata a colori vivaci. Le borchiette predominano.
I guanti si son visti finora corti e chiusi da un bottone, di pelle lucida , nei colori grigio-perla, giallini, rossicci- Più avanti li vedremo un po' lunghi sul polso e di tessuti diversi. La rete e il merletto godono maggior favore. Quanto ai colori, il guanto deve armonizzare con l'abito, o avere la stessa intonazione, una più in chiaro; oppure essere di colore contrastante: marrone con grigio; nero con grigio o azzurro chiaro o rosa.
Queste le novità, in linea di massima, ma siamo ormai alla metà di maggio e ma le prossime principali voghe estive potrebbero ancora riservare nuove sorprese.

venerdì 10 maggio 2013

Uno sguardo alla moda primaverile ed estiva 2013

Dopo i freddi mesi invernali, ecco finalmente la tanto attesa freschezza primaverile che ha invaso le strade, in attesa del gran sole d'estate che ci consentrà di vestire abiti leggeri e festosi, in armonia con la stagione.
Non crediate, però, che la moda non si renda conto del periodo che attraversiamo; essa sa perfettamente la serietà del momento e quindi che sarebbero fuori luogo. Ma non si può impedire al sole di risplendere, ai fiori di sbocciare... e quindi alla moda di adeguarsi al sole, ai fiori, all'azzurro del cielo, al profumo che è nell'atmosfera. Risalutiamo dunque con gioia gli abiti chiari, le tinte pastelizzate, le stoffe lievi e diafane, i modelli fluttuanti ed ariosi.
Per i costumi a giacca che ogni donna vuole avere nel proprio guardaroba e che sono così comodi e pratici, è nuovamente in gran voga il turchino in tutte le sue gradazioni, dal turchino marinaio all'azzurro, passando per tutta la gamma dell'indaco, dello zaffiro, del glauco, del cobalto, dell'ardesia fino al fiore del lino, al ceruleo; preferiti, però, questi ultimi, per gli abiti "principessa" che si indossano sotto ad un leggero soprabito di tono più scuro. Anche il nero ha sempre le sue fautrici, per i vestiti a giacca e per i soprabiti; oltre a questi due colori che diremo fondamentali, ho visto molti toni di rosso - granata, vinaccia, vermiglio - qualhe sfumatura di sabbia e molte sfumature di pastello.
Più in là, per gli abiti più estivi, porteremo i bei tessuti stampati a fiori tropicali, a figurette bizzarre (ho visto una teoria di ballerine che si inchinavano ad una platea immaginaria: graziosissimo!) e poi le immortali pastiglie, piselli, coriandoli, bolli di diverse grandezze; e ancora, fiorellini minuti disposti a ghirlandine, a mazzetti, e strisce equidistanti con un effetto di righe variopinte.
Una grande voga trovano ancora una volta i tessuti di maglia, specialmente per certi modelli drappeggiati veramente incantevoli.

Ed eccomi a parlare delle fogge. La parola d'ordine, anche in questa stagione, è "semplicità". Ma se la semplicità - anzi l'austerità - è di rigore nei vestiti a giacca, quelli più leggeri possono permettersi qualche fantasia, senza - naturalmente - cadere nell'eccentricità, la quale sarebbe, oggi, di pessimo gusto. Il vestito da sera propriamente detto è quasi scomparso dalle collezioni di quest'anno. Si fa qualche vestito lungo soltanto per cerimonie speciali (nozze o inviti di grande importanza): altrimenti si portano degli abiti da pomeriggio più eleganti, più raffinati, più preziosi; ma pur sempre abiti corti. Fra i pochi abiti unghi ho notato un modello squisitamente elegante di laminato oro vecchio: gonna leggermente ampieggiante, con breve strascico, e giacchettina attillata con maniche lunghe e grandi risvolti di zibellino. Questo "abito a giacca per sera" era completato da un grande manicotto di zibellino. Un altro modello assai ricco era di tulle nero, con enormi rose stampate, ritagliate e applicate nella parte inferiore della gonna. Una sola grossa rosa, intonata a quelle ritagliate, era appuntata sulla spalla.
Nei vestiti da pomeriggio elegante ho notato dei motivi di drappeggio sulla schiena - quasi un cappuccio come quelli che si portavano davanti qualchew anno fa - e qualche cintura drappeggiata a fasciare le anche, come nei costumi egiziani. Altre cinture sono a forma di bustino molto alto, che stringe i fianchi e la vita.
Un grazioso movimento di drappeggio si trova sovente anche all'altezza della vita: sono camicette blusanti o rimborsate, che spesso nascondono interamente la cintura.
Le gonne si sono allungate, ma non quanto si prevedeva in principio di stagione: si tratta di un paio di centimetri, non di più!
Molti stilisti insistono nel volere le spalle ricadenti; altri invece hanno ancora presentato le spalle quadrate, gioia delle donne che hanno gli omeri non perfettamente scultorei. Moltissimi modelli hanno una piccola scollatura, generalmente quadrata.


martedì 12 marzo 2013

Al telefono

C'è, naturalmente, un galateo del telefono (fisso, telefonino, smartphone che sia) che serve per tutti. E c'è un galateo del telefono che serve particolarmente a due che sono legati da un affetto. Il galateo che serve per tutti consiste di poche regole che ognuno di noi conosce. L'altro, più sottile e difficile, ha molte regole che forse non tutti sappiamo.

Per esempio: non chiamate lui al telefono quando avete il dubbio che egli si possa trovare in condizioni di non potervi parlare liberamente. Le vostre domande di ordine sentimentale, i vostri discorsi, lo mettono in imbarazzo. Egli non può rispondere come vorrebbe ed è costretto a tergiversare per non far capire alle persone che eventualmente sono con lui la natura di quella conversazione. Tanto meno gli telefonerete per risolvere qualche questione importante del vostro affetto. Le questioni importanti, specialmente se di carattere tanto delicato come quasi tutte quelle che riguardano il vostro affetto non vanno trattate per telefono, smartphone o computer. Mai. Vanno trattate di persona.

E non telefonategli neppure "metodicamente", cioè tutti i giorni alle stesse ore. Per un po' di giorni avrete qualche cosa da dirvi. Per un po' di giorni potrà essere piacevole per lui ascoltare la vostra voce al telefono. Ma poi? L'abitudine toglierà ogni sapore a quel gesto che aveva al principio tanto significato. Egli non saprà che cosa dirvi, e il non saperlo lo irriterà e finirà per aspettare con animo non troppo accogliente l'ora della vostra telefonata.

Evitate le discussioni anche minime al cellulare. Non compiacetevi di dire di no quand'egli dice sì, o viceversa. Fate in modo che, in quei pochi secondi di conversazione telefonica, non sorgano contrasti. Se sorgono, appianateli subito dicendogli: "Sì, è vero, hai ragione: parliamone stasera". E la sera, a voce, avrete il tempo di spiegarvi e di far capire le vostre ragioni, di ascoltare le sue e di decidere in conseguenza. Ma al telefonino, senza potervi vedere, senza poter leggere nell'espressione del volto, col tempo contato, una discussione ha novanta probabilità su cento di diventare un bisticcio, una lite. Evitatele.

Se egli vi telefona e voi non siete libere di parlargli come credete, non insistete in un lungo e misterioso giro di parole dalle quali egli non capisce niente, ma in compenso, capiscono molto bene le persone che vi sono vicine mentre telefonate. Ditegli semplicemente: "A domani". E salutatelo. L'aria di mistero serve solo a far credere agli altri altri che avete qualche cosa da nascondere, ma non a spiegare a lui ciò che volete dire.

Se siete rimaste sole, se per tante ragioni lui non tiene più al vostro affetto, non cercatelo al telefono. Non v'è peggiore insistenza di quella telefonica: tanto più che, per lui, al telefono, è molto facile sfuggirvi.
Sappiate resistere alla tentazione di parlargli pensando che non sarà al telefono, che avrete la possibilità di farlo ritornare a voi, ma solo parlandogli a voce, solo dicendogli, con la voce, ma anche con lo sguardo e con tutta l'espressione del vostro volto, quanto soffrire stando lontane da lui.


Mademoiselle

venerdì 25 gennaio 2013

2013...

E' inevitabile, agli inizi di un nuovo anno, fermarsi un po' a riflettere e a pensare sui 12 mesi che ci si è appena lasciati alle spalle: e alle volte il sentimento ti prende, ti prende immensamente...

domenica 18 novembre 2012

La ragazza di pietra

"Vuoi farmi un piacere?
Questo mio amico, Stefano, direttore d'una industria d'acciaio, è continuamente e diabolicamente indaffarato. Clienti, officine, operai, tratte, sconti, forniture. E milioni: tanti milioni.
Vuoi farmi questo piacere?"

"Sentiamo".
"Tieni questi biglietti da cinquanta. Non spalancare gli occhi. So quello che pensi in questo momento: Ah, se fossero i miei! E invece non sono tuoi. Beh, corri in banca. Fammi un assegno circolare da cinquecento, intestato a questo nome. Mettilo in questa bura e spedisci per assicurata. Hai ben capito? Ho una fretta spaventosa: un ordine improvviso: fra dieci minuti devo partire per Bologna. E fatti vedere, una di queste sere, a casa mia. Ricordatene. E mi raccomando l'assegno e l'assicurata. Ciao. Arrivederci".
Rimise in moto la macchina e scomparve.

Piazza Castello era ovattata di nebbia. Le undici del mattino. Una giornata tediosa. Gianni non sapeva dove andare. E lo infastidiva tutta questa gente che gli passava vicino, che lo urtava, che correva, si affannava. In galleria pochissima gente. Soliti gruppetti d'artisti; qualche parola scritta e riscritta sui muri; soliti ragazzini a spasso e non a scuola.
L'aria era grigia e sporca. Ma nel grande bar dove Gianni entrò, l'atmosfera era diversa. C'erano i paralumi d'un color rosa confetto, le poltrone invitanti, un silenzio piacevole, ch3e offriva conforto e raccoglimento.
"Un campari".
Dal suo postici d'angolo, Gianni vedeva un pezzo dell'ottagono della galleria. Una libreria sbandierava le ultime novità editoriali. Un'agenzia di viaggi decantava le vacanze più belle. Dieci giorni a Zanzibar. Una settimana a Vienna. Maggio a Malindi...
Improvvisamente una giovane donna fece il suo ingresso, lasciando dietro di sé una scia di buon profumo; sedette al tavolino accanto al suo. Una tipa interessante, una tipa... deliziosa: ecco l'aggettivo esatto. Aveva una giacca lunga grigioperla, fliente, come s'usavano all'epoca; un cappellino strano, molto piatto, che assomigliava...
Gianni rinunciò al paragone: ad ogni modo, le stava molto bene. Il viso era davvero d'un ovale perfetto; gli occhi vellulati, come quelli d'una gazzella: benché in vita sua non avesse mai visto una gazzella.
La guardò attentamente. Nulla. Sembrava non essersi accorta della sua modesta presenza. Aveva preso dalla borsa un magnifico astuccio e si era accesa una sigaretta fatta a mano. : lo ammalinconiva, ecco. Pensava che nella sua breve o lunga vita non avrebbe mai avuto una donna simile. Ed era davvero disgustato dalle avventurette con donne insignificanti. Desiderava avere una bellissima donna al suo fianco; una donna che indossasse un magnifico abito all'ultima moda; scarpe bellissime; un cappellino grazioso. Una donna, insomma, profumata, vivace, istruita. E invece, nulla. Per consolarsi, Gianni guardava allora la donna elegenatissima che prendeva il suo caffè con mosse da regina di corte. Che donna. Aveva le mani bianchissime, soffici; le unghie scarlatte, certe labbra e certi denti bianco splendenti...
Gianni tossicchiò. Si curvò un po' verso di lei, tentando anche un sorrisetto. Nulla. Poi lo onorò d'uno sguardo indifferente, gelido, che li disarmò. Gianni siguardava istintivamente nello specchio che aveva di fronte. Era palliduccio anzichenò; la sua cravatta non era più nuova, era evidente; il suo abito non era proprio all'ultimo grido; e la sciarpa che l'avvolgeva negligentemente il collo, per esempio, era un po' sbiadita. Tutti questi particolari li notava soltanto ora, in quell'ambiente di lusso. Naturalmente.
"Cameriere".

Un'idea bislacca. Voleva pagare con uno di quei bigliettoni da cinquanta del suo amico Roberto. Dieci biglietti da cinquanta. Una piccola ricchezza. Sfogliò negligentemente il mazzetto, ne prese uno con suprema noncuranza e lo gettò teatralmente sul tavolino. Il cameriere s'inchinò: potenza odiosa del danaro.
Oh, oh! Anche la bellissima donna, se ne accorse immediatamente, aveva lanciato uno sguardo dalla sua parte; prima con noncuranza, poi con estrema attenzione. Il suo viso s'era come raddolcito; un impercettibile sorriso aveva stirato le sue labbra purpuree. Lo guardava con amabilità, ora. Gianni ne approfittò. Arrischiò una frase, sciocca purtroppo: ma in quel momento non ne aveva altre a sua disposizione.
"Fuori c'è un'aria davvero gelida".
"Sì. E questa nebbia, poi, che immerge la città in uno smisurato bicchiere di latte, è odiosa".
Parlava bene. Bellissima la similitudine del bicchiere di latte. L'accento tuttavia tradiva le sue origini: non appariva italiana. Forse dell'est... anzi, nordica. Ma questo non aveva importanza: quella voce era deliziosa, da contralto; denti madreprlacei e labbra sensuali.
"Permettete?"
Quando una persona ha fogli da cinquanta in tasca può permettersi qualsiasi atto, anche se condannato severamente dalle rigide regole della galanteria. Si sedette vicino a lei. La fissò lentamente negli occhi.
"Il sole..." mormorò, "verso mezzogiorno è come un bimbo malato. Guardate lassù gli effetti di luce".
"Certamente".
Uscirono. Era alta e camminava ondulando sulle anche nervose. Sguardi astiosi delle donne; di ammirazione dei giovincelli. Crepate tutti, pensò. Comminarono. Vie del centro. Si chiamava Elina e viveva a Torino da un paio di mesi, sola, in un appartamento in un quartiere elegante. Parlava con estrema grazia.
"Torino è una bellissima città. Peccato che il clima d'oggigiorno..."
"Ma la sera," disse subito Gianni, "la sera ci sono i locali scintillanhti di luce. E la Mole Antoneliana a vegliare sulla città."
Gianni arrischiò poi una domanda che lo premeva sulle labbra:
"E se vi chiedessi di rivedervi ancora, domani sera, per esempio? Alle nove, all'ingresso della galleria".
Elina rise, minacciandolo scherzosamente col dito.
"Provate a chiedermelo. Chissà?"

L'indomani sera, alle nove, all'ingresso della galleria, Gianni quasi non ci credette: Elinia arrivò, ancora più bella ed elegante, con quei lunghi capelli mossi di un biondo splendente.
"Puntuale?"
"Puntualissima. E sono felice. Tutt'oggi è stato un tormento per me. La vostra deliziosa immagine m'ha perseguitato come un creditore, come un ufficiale giudiziario".
La similitudine, come a tutti quelkli che non avevano mai avuto a che fare con un ufficiale giudiziario, la fece ridere di cuore.
"Dove si va'" chiese, guarandosi attorno.
Poche storie: aveva in tasca solamente un miserabile pezzo da cinquanta. Quella mattina, dopo il piacevole incontro al bar, era dovuto andare in banca per rispettare il favore che aveva promesso al suo amico Roberto. Ora, quella sera, Gianni non poteva più sfogare una presunta ricchezza. Aveva attinto da parte dei suoi risparmi, ma non poteva fare di più. La prospettiva di un nuovo lavoro era ancora troppo lontana.
Quella sera avrebbe dovuto improvvisare, in qualche modo. Cercò di attrarre la bionda Elina in un locale modesto.
"Se andassimo", disse con un vocino da telefono, "se andassimo al cinema? C'è questo nuovo film..."
"No", rispose decisa. "Ci sono state di recente, nessun film che ne valesse la pena. Quindi neanche per sogno. Andiamo invece al Teatro Regio, c'è una bellissima opera. Andiamo?"
E sia! Andiamo, per tutti gli dèi. Al Teatro Regio! pensò Gianni assecondando i desideri della giovane donna. Poi però si mise a riflettere: Oddio. Non c'era mai stato. Che prezzi vi praticavano? E poi: quali posti? Ma inarrestabile Elina lo tolse da ogni incertezza.
"Prendiamo due poltrone tra le prime fila. Voglio vedere da vicino gli abiti di scena".
"Due poltrone tra le prima fila, se possibile", chiese con un soffio di voce al bigliettario chje troneggiava dentro alla sua postazione, sicuro e inesorabile. "Quanto?"
"Due poltrone? Vicine? Bene. Siete fortunati, abbiamo ancora la terza fila. Numeri 8 e 9. Sessantacinque e venti, a testa".
"Eh?"

Quella sera Gianni ed Elina non entrarono mai al Teatro Regio, poiché egli aveva in tasca soltanto uno stramaledetto pezzo da cinquanta. Cercò in ogni modo di trascinarsi fuori da quella situazione nella maniera meno umiliante possibile, ringraziando il bigliettario e allontanandosi senza fornire spiegazioni dirette, quasi trascinando con sé Elina, che nel frattempo lo guardava con aria imperiosa. Si ritrovarono in un angolo deserto della piazzetta, e a Gianni sembrà che anche la Mole lo guardasse con infinita commiserazione. Anche Elina continuava a guardarlo con fare meravigliato, in attesa impaziente di una sua spiegazione. Lui le parlò con calma, con un filo di vera tristezza nella voce.
"Elina, ascoltatemi, vi prego. Non sono ricco come ho voluto farvi credere. Non posseggo sfacciati bigliettoni o carte scintillanti. Quelli che avete visto ieri? Ecco, lo confesso: non erano miei. Un mio amico, Roberto, presidente di un'industria, me li aveva dati per fare un assegno bancario. Ha avuto sempre molta fiducia in me. Povero ma onesto, fino alle lacrime. Pazienza. Io? Che cosa faccio? Lavoretti saltuari. Piccole cose che mi consentono di vivere modestamnte".
Silenzio. La piazzetta era sempre deserta. Ma ecco, una macchina passò vicino a loro, quasi sfiorandoli, fermandosi poco lontano. Ne scese un uomo, alto, aitante: il suo amico Stefano.
"Eccolo", sussurrò colpito. "Eccolo quel mio amico di cui parlavo. E' lui il fortunato proprietario di quei soldi. Stefano... ricordo che da bambino non era che uno scimunito. E invece ora..."
Elina lo guardò. Gianni insistette: "Elina, conosco un bel locale in periferia. Vi offrirò qualcosa da bere, lì poi hanno sempre della buona musica e..."
Improvvisamente si accorse che Elina non lo ascoltava. Lo guardava invece distrattamente. All'improvviso sorrise: ma per Gianni fu quasi uno spavento. Il sorriso era accompagnato da due occhi freddi, lontani. Lo stava giudicando. Poi la giovane donna si passò una mano sulla fronte.
"Ho una forte emicrania", disse con voce indifferente. "Non mi sento bene. Devo andare."
Gianni cercò di nascondere la sua delusione e la profonda tristezza che stava per abbattera le mura che difendevano a stento il suo stato d'animo. Ecco, non le interesso più. Ma Elina continuò.
"Senti, potremmo rivederci domani sera. Va bene? Stesso posto, stessa ora."
Il giovane uomo si sentì quasi risorgere: il suo corpo fu pervaso da una nuova, sensazionale scarica di energia positiva. Sì! Sono ancora in corsa!
"Ti ringrazio per la serata. Prenderò un taxi per rientrare, così in pochi minuti sarò a casa. Buona notte, a domani".

La bocca

E' inutile illustrare l'importanza che la bocca ha nel volto: ogni donna interrogando il proprio specchio s'arresta sempre a considerarla, cercando di migliorarla con tutti gli artifici a lei consentiti.
Il colorito delle labbra dipende soprattutto dallo stato della salute e dalla qualità dei tessuti dermici.
Alla volte alterano la tinta e la freschezza naturale delle labbra alcune brutte abitudini: ad esempio passarsi ogni momento la lingua sulle labbra stesse o mordicchiandole coi denti: in tal modo s'irrita e si lacera la sottile cuticola, la bocca diventa tumefatta, scabra, di un brutto colore, mentre il contatto con l'aria fredda provoca subito delle screpolature.
Le alterazioni delle labbra più facili a prodursi, specialmente durante l'inverno, sono appunto le screpolature che dipendono generalmente dallo stato di aridità della mucosa prodotto o dal vento o dall'uso di certi dentifrici, contenenti antisettici irritanti.
Contro la secchezza e le screpolature può bastare come mezzo preventivo l'uso di una pomata al burro di cacao spalmata con parsimonia sulle labbra. Come mezzo curativo, per le persone che vanno soggette a questo inconveniente, solo in via di eccezione, è utile la glicerina. Per chi invece soffre abitualmente dell'alterazione in parola, la glicerina non è consigliabile, perché, ripetutamente applicata alle labbra, le rende opache, le anemizza, diminuisce la loro elasticità sfiorendole anzi tempo.
Consiglio invece la seguente forma:
Cera vergine gr. 10 - olio di mandorle dolci gr. 30 - tintura di benzoino gr. 4.
L'uso del rossetto deve essere fatto con qualche precauzione, e cioè servendosi di prodotti fini e garantiti, ma ritengo inutile dar qui ricette, poiché ogni lettrice ha già il suo rossetto preferito, a cui difficilmente rinuncerà. In genere fra le matite per le labbra, sono da preferirsi quelle d'una tinta moderata, poiché un colore troppo vivido non è mai signorile. Naturalmente, vi sono dei volti sui quali una bocca rossa sta bene, ma bisogna provare e riprovare prima di adottare una tinta.
Quando si usano i rossetti alle labbra bisogna ogni sera addolcire con un unguento, affinché il colore artificiale a lungo andare non dissecchi e avvizzisca la cuticola tanto sottile e delicata. Una pomata al burro di cacao; basta per solito a neutralizzare gli effetti del rossetto e se vi fosse qualche screpolatura, converrà spalmarvi, prima di andare a letto, un po' di miele rosato. Vi sono persone che, senza colorire artificialmente le labbra, le hanno per natura aride, e che toglie loro la levigatezza e quell'umida freschezza che le rende tanto belle: inoltre le labbra asciutte, appaiono per lo più increspate e d'un color violaceo.
Contro l'aridità si farà, alla sera, una lunga, leggere frizione colla pomata canforata, lasciandovela per dieci minuti, trascorsi i quali, si asciugherà la bocca, spalmandola poi con una miscela d'acqua di rose e glicerina in parti uguali.
Un piccolo male fastidioso che altera la bellezza del labbro, è quell'eruzione che si chiama comunemente herpes. L'herpes labiale è solitamente causato da un virus (Herpes simplex) che può essere contratto in seguito a contatti fisici (baci, saliva, ecc.) con persone già infette. Il virus può rimanere latente per molto tempo prima di manifestarsi, a causa di vari fattori. Molte persone vanno soggette a questa noioso e antiestetica fioritura. Purtroppo si tratta di una malattia cronica e non può essere debellata in modo definitivo: esistono tuttavia trattamenti lenitivi. Oltre ovviamente a seguire i consigli e le tipologie di farmaci raccomandati dal vostro medico, nel mio piccolo posso suggerire un vecchio metodo della nonna, ossia toccare leggermente l'eruzione con dell'allume in polvere.
Benché meno visibili, anche le gengive hanno importanza nella bellezza della bocca, specialmente quando, ridendo, si scoprono facilmente. Anch'esse devono essere rosa, sode e sane in tal modo meglio risalta ilc andore dei denti mantenendoli bene incstrati nei loro alveoli. Le gengive pallide o spugnose rivelano un organismo debole soggetto ad anemia, clorosi ed anche a diabete.
Si ricerchi anzitutto la causa nascosta, invece di curare unicamente la parte.
Scoperto il motivo dell'alterazione si curi localmente la mucosa con infusi di foglie di genziana e di altre piante astringenti, masticando, se è possibile, quella speciale erba detta crescione ed anche scorza di cannella. Altrimenti si può usare un colluttorio a base di tannino e di iodio, così facendo si eviterà lo scalzarsi dei denti.

sabato 17 novembre 2012

L'illusione perduta

Nell'entrare nel salone del Grande Albergo, dov'era giunta quella mattina, Elina credeva che vi regnasse ancora la calma. E invece vi si ballava da un pezzo, animatamente. Simona Ariosto, gloriosa cantante in riposo, aveva già esaurito con un do di petto da campanello la sua esibizione e, seduta ora sotto un arco di porta, cercava di rendersi utile come meglio poteva alla direzione, che le offriva sei mesi all'anno di pensione gratuita. A pranzo, poco prima, lei aveva scambiato con Elina, da un tavolino all'altro, le solite vaghe chiacchiere che sono le prime d'una amicizia d'albergo. Svedese? Giunta a Torino da Östersund? E perché di passaggio? Parigi, in aprile, era troppo fredda ancora... che andava a fare a Parigi? Meglio Torino.Adesso, rivedendo nel salone la sua vicina di tavola e accorgendosi che, volte le spalle, stava per uscirne non appena entrata, l'aveva salutata con un sorriso e poi chiamate a sé con un cenno.
"Non vi piace danzare?"
Elina non mentì. Avrebbe potuto rispondere che, stanca del viaggio, preferiva ritirarsi per tempo quella sera. Ma ebbe timore d'arrossire e di denunciare così il rammarico della sua forzata rinuncia. Rispose la verità: che non aveva conoscenze in albergo. Ma nascose un'altra verità, quella che nessuna donna confessa neanche a sé stessa, nel vedersi esclusa da una preferenza accordata ad altre: che veniva da poco da una terribile relazione e di ritenersi assai sciupata fisicamente...
Ma già l'occhio della cantante aveva fermato a distanza qualcuno, e l'attraeva, magnetico, nel'orbita della sua voluminosa persona.
"La signorina Elina Strömberg... Monsieur Rinaldi, il nostro simpaticissimo addetto..."
Il giovinetto s'inchinò, invitandola. Era alto, bello, elegante, inguantato nella sua marsina come un antico, perfetto figurino. Addetto a cosa? La signora Ariosto aveva omesso di dirlo, o forse lei non aveva sentito bene; ma certo l'elegenza del vestire e la correttezza dei modi denunciavano in lui il gentiluomo. E come ballava bene!
Mentre la musica strappava altre coppie qua e là per poi riunirle in uno stretto cerchio come fa con le foglie il vento d'autunno, Elina, fra le sue braccia, si sentiva lieve come una boccata di fumo in un'aria tranquilla. Ondeggiava. Svaniva un poco. Si ricomponeva in spire sinuose. E saliva, saliva...
Da quanto tempo non ballava più? Da un anno e mezzo certamente. Ne avrebbe compiuti trenta entro pochi giorni. Dopo che ad Oslo, ad un ricevimento, s'era rifiuata d'accettare un invito al ballo, Elina aveva disertato ogni attività mondana e s'era chiusa nella tetra malinconia di quei suoi viaggi solitari attraverso l'Europa, trascinando da una città all'altra il vuoto della sua sterile vita e il freddo del suo cuore senza un palpito solo.
Finito quel primo giro, Elina avrebbe voluto rivedere la cantante, per ringraziarla e salutarla prima di risalire; ma, vedendola circondata da altri, sicuramente ammiratori ed illustri personaggi, non osò avvicinarsi. E poiché intanto quel bel Rinaldi era ancora lì fermo ad aggiustarsi la gardenia all'occhiello, come se desideroso di fare un altro giro con lei ed incerto se chiederlo o no, Elina si fece ardita per lui e s'invitò da sé. Sapeva di ballare anche lei molto bene. Non voleva illudersi. Non voleva attribuirlo ad altro.
Ma ciò le dava già una sicurezza.
Al quarto giro, poiché continuavano sempre a ballare insieme, lei gli chiese, sorridendo, in perfetto italiano:
"Faremo dunque coppia fissa stasera?"
Anch'egli le sorrise, pur senza risponderle; e lei ne fu così felice che non esitò ad essere anche un po' maligna... vedeva lì, seduta accanto alla madre, una fanciulla bellissima, che nessuno ancora invitava, e fece di tutto per passarle accanto, per attrarne lo sguardo, per esserne veduta e invidiata fra le braccia del suo bel cavaliere...

Verso l'una di notte, finito il ballo e congedatasi da lui, Elina uscì a respirare all'aperto. Aveva bisogno di aria, di cielo, di stelle. Ve ne erano tante lassù: tutta una limatura, infinite. E la notte era tiepida. E vampe d'aromi giungevano dai giardini circostanti, quasi stordendola.
Non passeggiò. Era stanca e le decolté avevano messo a dura prova i suoi piedi. Sedette su una panchina posta sotto un tiglio, in uno dei viali dei due grandi giardini che offriva l'albergo. Era pressoché deserto a quell'ora, la tranquillità regnava sovrana. Elina si strinse un poco nella giacca, rabbrividendo un po' per una brezza che s'era levata leggera. Intorno era buio, solamente qualche lampione posto qua e là offriva la sua luce come punto di riferimento.
Perché non aveva chiesto al Rinaldi di uscire a prendere una boccata d'aria con lei? Vedeva di tanto in tanto altre coppie passarle accanto, sparire; e si rammaricava adesso di non essere più accompagnata. Certo, non poteva pretendere che lui le facesse quella proposta; ma forse il desiderio in lui c'era, poiché nell'aiutarla a indossare la giacca, s'era ancora indugiato lì accanto, come aveva fatto dopo il primo giro, in un'attesa che non chiedeva altro che di essere compresa ed esaudita. Avrebbe dovuto farsi lei, anche questa volta, un po' ardita. Perché non l'aveva fatto? Colpa sua dunque; o meglio, colpa di un'educazione troppo rigida ed ormai sorpassata, che l'obbligava a quei continui ritegni che allontavano le persone, anziché incoraggiarle.
Non voleva illudersi, con questo, che l'addetto Rinaldi nutrisse già qualche interesse per lei. Ma l'assiduità di quella sera poteva anche essere il segno d'una nascente simpatia. Forse, se l'avesse accompagnata lì fuori, egli non avrebbe mancato di manifestarle questo suo sentimento. Forse anche, fatto ardito dall'oscurità, le avrebbe detto cose non mai udite da lei; avrebbe steso un braccio; avrebbe cercato di carpirle una mano...
D'un tratto sussultò. Le ali di una farfalla notturna le avevano sfiorato una guancia, ridestandola da quel torpore di fantasia nella quale si era racchiusa. E si alzò allora di scatto per rientrare in albergo, quasi per cercarvi rifugio.
Rientrata nella sua stanza, per prima cosa si disfò dei tacchi gettandoli con noncuranza sul pavimento, quasi a volerli punire per la stanchezza accumulata nella serata. Con molta più cura si tolse l'abito, lungo e di un blu vellutato, dimostrando verso di esso una sorta di riverenza. Dopo un rapido strucco e una doccia rigenerante, si lasciò avvolgere dalla sua camicia da notte e si gettò nel letto, speranzosa di essere accolta presto alla reggia di Morfeo. Tuttavia, per lunghe ore non riuscì a chiudere occhio. In una ridda d'impressioni, di pensieri, di propositi nuovi, si faceva alcune domande alle quali non sapeva rispondere ancora. Perché, per esempio, quel desiderio di non ripartire più l'indomani mattina, se aveva già fissata la stanza a Parigi? Forse per le parole della Ariosto, che l'aveva avvertita che per Parigi non era ancora la buona stagione?

L'indomani, nella tarda mattinata, scesa nel vestibolo dell'albergo, Elina si avvide nello scorgere che molti uscivano dalla sala da pranzo e si sedevano ai tavoli disposti lì intorno per sorbirvi il caffè di dopo colazione. Ma lei non s'era addormentata che all'alba. Aveva dormito un sonno riparatore. E si sentiva fresca adesso, leggera, felice. I sentimenti della sera innanzi le si erano ancorati nel cuore con tutte le catene della passione.
La signora Ariosto la salutò dalla strada. Nella potente macchina d'una famiglia torinese andava in gita. Le gridò, agitando le braccia:
"Un saluto, signorina Strömberg! E buon viaggio. Spero abbia gradito il servizio!"
"Come?" il rumore del mezzo le impedì di sentire tutta la frase.
"Devo partire, mia cara, mi spiace. Chissà che non ci si incroci di nuovo, a Parigi... e la prossima volta..."
Le altre parole si perdettero, sovrastate dal fragore della macchina che si slancioava a divorare la strada. Nella nube azzurrognola dello scappamento aperto si videro però ancore le due braccia poderose della cantante agitarsi al saluto.
Elina non ebbe un solo attimo d'esitazione. Andata in segreteria, chiese di pagare il suo conto, avvertendo che sarebbe partita per Parigi nel pomeriggio. Era ormai più che ferma nel proposito di rincorrerla, dovunque, la sua nuova felicità, di non lasciarsela più sfuggire di mano.
"Ci sarebbe poi quest'altro piccolo conto da regolare..." le disse il segretario, mentre lei stava per uscire.
"Quale conto?"
"Il signor Rinaldi, il nostro addetto al ballo, ha finito ieri sera i suoi impegni, sicché..."
Elina si sentì agghiacciare.
"La signorina forse non sapeva?"
"Oh, sì... sapevo..." balbettò lei, mal riuscendo a nascondere il suo disappunto. "Sapevo benissimo... ma ero incerta..."
"Sul modo come regolarsi?"
"Ecco. Volevo anzi chiederne stamane alla signora Ariosto..."
"Di solito si dà immediatamente una mancia. Ma c'è anche una tariffa..."
E il segretario guardò nel suo taccuino.
"Cinque giri, non è vero?"
Elina sentì che le mancava il fiato.
"Cinque, sì, credo..." mormorò, cercando di dare alle sue parole un tono distratto e ridandosi intanto un po' di lucidalabbra.
"Rinaldi balla molto bene..." sorrise il segretario. "Ma certo sarebbe una bella cosa per lui, se potesse trovare ogni sera delle clienti così belle e affezionate alla danza..."
Elina tagliò corto.
"Quanto per ogni giro?"
"Dai venti ai cinquanta, di solito..."
Pagò. Ma, uscita che fu dalla segreteria, più che della rovina in cui era stato seppellito il suo sogno, ciò di cui più si dolse con se stessa fu d'aver messo a nudo un sentimento di cui era tanto gelosa, di aver fatto capire il suo inganno, di essersi esposta ancora una volta allo scherno altrui.
Ne arrossiva di collera, adesso.Se ne rimproverava come d'una colpa. Di avere pagato il prezzo della sua estasi coreografica non le rincresceva affatto. Ma non si rassegnava all'idea di essersi così esposta all'altrui commiserazione.
S'avviò per uscire. Ma dove andava adesso? Non sapeva più. Si arrestò sulla soglia. La mattinata era luminosa di sole, di chiarità, di letizia. Mandando bagliori dalla sua biancheggiante carrozzeria, una grossa auto di lusso s'avviava lungo la strada, lasciandosi dietro una piccola colonna di fumo. Racchette sulla spalla,
 una giovane coppia s'avviava verso il tennis; un'altra rientrava parlandosi sommessamente, gli occhi negli occhi, dicendosi senza dubbio parole d'affetto...

Sempre lì immobile, non sapendo più che pensare, che fare, Elina non sentiva che collera. Si consumava in quella segreta sua rabbia come una candela accesa in una corrente d'aria. E solo i suoi occhi continuavano spietatamente a vedere. Lì dirimpetto, sotto quel tiglio, lei si era concessa una fantasia inebriante che l'aveva distaccata dalla realtà. Ricordava tutto. Il profumo della notte tiepida, l'incanto dell'immenso giardino tranquillo, le ali della farfalla... e un solo rammarico non aveva più: quello di non aver chiesto a Rinaldi d'accompagnarla lì fuori. Almeno quello se lo era risparmiato, considerando tutto. Chissà? Su un taccuino d'appunti, annotato da un segretario di albergo per esserle ricordato prima che ripartisse, il primo bacio della sua nuova vita sarebbe stato forse segnato anch'esso ad un prezzo d'affezione e saldato in calce con una marca da bollo.


Baci baci.

Michaela